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L'Alessiade
di Anna Comnena
Traduzione e cura di Aldo Diomedes
ISBN: 979-8282642032
Formato: Copertina flessibile 15.24 x 22.86 cm
Pagine: 538
Descrizione
L’Alessiade: L’Epopea di Alessio I Comneno
La Prima Crociata come non l'avete mai letta: vista dalle mura di Costantinopoli.
L'Alessiade non è solo un libro di storia: è un documento unico al mondo. È l'unica opera storiografica del Medioevo scritta da una donna, la principessa imperiale Anna Comnena, figlia dell'Imperatore Alessio I.
Mentre l'Europa celebrava i cavalieri crociati come eroi della fede, Anna li osservava con occhi diversi: come invasori pericolosi, barbari avidi e "nuvole di cavallette" pronte a divorare l'Impero Romano d'Oriente.
Questa cronaca monumentale narra l'epica lotta di Alessio I Comneno per salvare un impero sull'orlo del baratro. Attaccato dai Normanni di Roberto il Guiscardo a occidente, dai Turchi Selgiuchidi a oriente e dalle orde dei Peceneghi a nord, l'Imperatore dovrà usare ogni arma a sua disposizione: la diplomazia dell'oro, il tradimento e il devastante Fuoco Greco.
Perché scegliere questa edizione?
A differenza delle traduzioni accademiche, spesso difficili e piene di termini oscuri, questa nuova edizione a cura di Aldo Diomedes è stata progettata specificamente per l'appassionato di storia e strategia militare.
Ecco cosa rende unico questo volume:
TRADUZIONE MODERNA E FLUIDA: Il testo è stato lavorato per essere scorrevole e comprensibile, pur mantenendo l'eleganza della voce originale di Anna.
GUIDE ALLA LETTURA: Ogni libro è accompagnato da schede di approfondimento ("Il Contesto Storico", "I Protagonisti") per aiutarti a orientarti tra i complessi eventi geopolitici senza perderti.
ANALISI MILITARE: Note specifiche spiegano le tattiche di battaglia utilizzate, come il "quadrato difensivo", le formazioni di cavalleria e le strategie d'assedio.
GLOSSARIO E CRONOLOGIA: Strumenti indispensabili per comprendere i termini della corte bizantina e la sequenza degli eventi.
Un'opera fondamentale per chi vuole capire:
La vera storia dello scontro tra Oriente e Occidente.
La strategia militare dell'Impero Bizantino nel XII secolo.
La vita di una delle donne più colte e potenti del Medioevo.
La Prima Crociata come non l'avete mai letta: vista dalle mura di Costantinopoli.
L'Alessiade non è solo un libro di storia: è un documento unico al mondo. È l'unica opera storiografica del Medioevo scritta da una donna, la principessa imperiale Anna Comnena, figlia dell'Imperatore Alessio I.
Mentre l'Europa celebrava i cavalieri crociati come eroi della fede, Anna li osservava con occhi diversi: come invasori pericolosi, barbari avidi e "nuvole di cavallette" pronte a divorare l'Impero Romano d'Oriente.
Questa cronaca monumentale narra l'epica lotta di Alessio I Comneno per salvare un impero sull'orlo del baratro. Attaccato dai Normanni di Roberto il Guiscardo a occidente, dai Turchi Selgiuchidi a oriente e dalle orde dei Peceneghi a nord, l'Imperatore dovrà usare ogni arma a sua disposizione: la diplomazia dell'oro, il tradimento e il devastante Fuoco Greco.
Perché scegliere questa edizione?
A differenza delle traduzioni accademiche, spesso difficili e piene di termini oscuri, questa nuova edizione a cura di Aldo Diomedes è stata progettata specificamente per l'appassionato di storia e strategia militare.
Ecco cosa rende unico questo volume:
TRADUZIONE MODERNA E FLUIDA: Il testo è stato lavorato per essere scorrevole e comprensibile, pur mantenendo l'eleganza della voce originale di Anna.
GUIDE ALLA LETTURA: Ogni libro è accompagnato da schede di approfondimento ("Il Contesto Storico", "I Protagonisti") per aiutarti a orientarti tra i complessi eventi geopolitici senza perderti.
ANALISI MILITARE: Note specifiche spiegano le tattiche di battaglia utilizzate, come il "quadrato difensivo", le formazioni di cavalleria e le strategie d'assedio.
GLOSSARIO E CRONOLOGIA: Strumenti indispensabili per comprendere i termini della corte bizantina e la sequenza degli eventi.
Un'opera fondamentale per chi vuole capire:
La vera storia dello scontro tra Oriente e Occidente.
La strategia militare dell'Impero Bizantino nel XII secolo.
La vita di una delle donne più colte e potenti del Medioevo.
📖 Leggi alcune pagine (Anteprima)
Capitolo I
Il tempo, nel suo scorrere irresistibile e perpetuo, trascina con sé tutte le cose create e le sprofonda negli abissi dell'oscurità, siano esse eventi di scarso rilievo o vicende straordinarie e memorabili.
Come afferma il tragediografo:
«Porta dall'oscurità tutte le cose alla nascita, e tutte le cose nate avvolge nella notte.»
Tuttavia, la narrazione storica si erge come un solido baluardo contro il flusso del tempo e, in una certa misura, ne frena la corsa inarrestabile. Di tutto ciò che accade nel mondo, la storia custodisce e protegge ciò che ha preso in carico, impedendo che scivoli nell'abisso dell'oblio.
Io, Anna, figlia dei sovrani Alessio e Irene, nata e cresciuta nella porpora, sono ben consapevole di questa verità. Non sono ignara di lettere, avendo portato i miei studi di greco al massimo livello, né sono inesperta di retorica; ho approfondito le opere di Aristotele e i dialoghi di Platone, arricchendo la mia mente con il "Quadrivio" del sapere.
Non è per vanità che dichiaro ciò che la natura e il mio zelo per lo studio mi hanno concesso, né i doni che Dio mi ha assegnato alla nascita e che il tempo ha contribuito a maturare.
Tuttavia, per tornare al mio proposito, intendo con questo scritto narrare le imprese compiute da mio padre. Esse non devono andare perdute nel silenzio, né essere spazzate via, per così dire, dalla corrente del tempo nel mare dell'oblio. Racconterò non solo le sue gesta come Imperatore, ma anche i servizi che rese a vari sovrani prima di ricevere egli stesso lo scettro.
Capitolo II
Le imprese che mi accingo a narrare non hanno lo scopo di esibire la mia abilità letteraria, ma di impedire che questioni di tale importanza rimangano prive di testimonianza per le generazioni future. Infatti, anche le più grandi gesta, se non vengono preservate dalla parola scritta e affidate alla memoria, si estinguono nelle tenebre del silenzio.
Mio padre, come dimostrano i fatti, sapeva tanto comandare quanto obbedire ai sovrani, sempre entro i limiti della ragionevolezza.
Sebbene io abbia scelto di narrare le sue azioni, temo che le lingue del sospetto e della diffamazione possano sussurrare che scrivere la storia del proprio padre sia solo un atto di autocelebrazione; potrebbero insinuare che i fatti storici e le lodi che tributo loro siano menzogne e vuoti panegirici.
D'altra parte, se fosse stato lui stesso a fornire i materiali, e se i fatti mi costringessero a censurare alcune delle sue azioni — non per colpa sua, ma per la natura stessa degli eventi — temo gli schernitori. Costoro potrebbero rinfacciarmi l'esempio di Cam, figlio di Noè, poiché guardano tutto con occhio malevolo e, a causa della loro invidia, non discernono chiaramente ciò che è giusto, ma finiscono per “incolpare l'innocente”, come dice Omero.
Chiunque assuma il ruolo di storico deve mettere da parte le proprie simpatie e antipatie personali. Spesso deve assegnare la lode più alta ai propri nemici, quando le loro azioni lo richiedono, e non di rado deve biasimare i propri parenti più stretti, se i loro errori lo esigono. Non deve mai evitare di criticare gli amici né di lodare gli avversari.
Esorto dunque entrambe le parti — coloro che ci attaccano e i nostri sostenitori — a trovare conforto nel fatto che ho cercato le prove nelle azioni stesse e nelle testimonianze dirette. Mi sono basata su coloro che hanno visto gli eventi, e sugli uomini che li hanno vissuti: i padri di alcuni dei contemporanei e i nonni di altri furono, infatti, testimoni oculari di queste vicende.
Capitolo III
La ragione che, infine, mi ha spinto a scrivere la storia di mio padre è la seguente.
Il mio legittimo sposo era il Cesare Niceforo, discendente della stirpe dei Briennio, un uomo che superava di gran lunga i suoi contemporanei per la sorprendente avvenenza, l'intelligenza superiore e la raffinata eloquenza. Era un vero piacere tanto ammirarlo quanto ascoltarlo. Ma non devo lasciare che il mio racconto divaghi dal suo corso, dunque atteniamoci per il momento alla storia principale.
Mio marito, come ho detto, era straordinario sotto ogni aspetto. Egli accompagnò mio fratello Giovanni, l'Imperatore, in diverse spedizioni contro i barbari, così come in quella contro colui che deteneva la città di Antiochia.
Poiché Niceforo non tollerava di trascurare la sua attività letteraria, compose diverse eccellenti monografie anche in tempi di fatiche e avversità. Tuttavia, l'incarico che più gli stava a cuore era quello voluto dalla nostra Sovrana: la compilazione della storia del regno di Alessio, Imperatore dei Romani e mio padre.
Si dedicava a esporre le gesta del suo regno nei suoi libri ogni qualvolta l'occasione gli concedeva una breve tregua dai conflitti e dalla guerra, permettendogli di rivolgere la mente alla storia e agli studi letterari.
Inoltre, affrontò la materia partendo da un periodo precedente (poiché anche in questo dettaglio obbedì alla volontà della nostra padrona), iniziando da Romano IV Diogene, Imperatore dei Romani, fino a giungere all'uomo di cui intendeva narrare. All'ascesa di Diogene, mio padre era appena entrato nella sua brillante giovinezza; prima di allora non era che un fanciullo e non aveva compiuto nulla degno di nota, a meno che le gesta della sua infanzia non divengano tema di un panegirico.
Tale era quindi l'intenzione del Cesare, come dimostrano i suoi stessi scritti; ma le sue speranze non furono esaudite ed egli non completò la sua opera. Condusse la narrazione fino all'Imperatore Niceforo III Botaniate, ma le circostanze gli impedirono di proseguire oltre, causando così la perdita degli eventi che intendeva descrivere e privando i suoi lettori di un grande piacere.
Per questa ragione, io stessa mi sono assunta l'impegno di narrare le gesta di mio padre, affinché le generazioni future non perdano memoria di fatti di tale importanza.
La struttura armoniosa e il grande fascino degli scritti del Cesare sono ben noti a tutti coloro che hanno avuto la possibilità di posare lo sguardo sui suoi libri. Tuttavia, come ho già accennato, quando giunse al regno di mio padre e ne stese una bozza, riportandocela dall'estero ancora incompleta, portò con sé — ahimè! — anche un male fatale.
Questo fu forse causato dagli infiniti disagi della vita militare, dalle troppe spedizioni, o ancora dalla sua opprimente ansia per noi; poiché la preoccupazione era innata in lui e i suoi tormenti erano incessanti.
Oltre a queste cause, anche le varietà e le asprezze del clima contribuirono a colmare per lui il calice fatale. Partì infatti da qui per una spedizione contro i Siri e i Cilici quando era già gravemente infermo; dalla Siria passò, malato, in Cilicia, da lì in Panfilia, poi in Lidia. La Lidia lo inviò infine in Bitinia, che ce lo restituì alla Regina delle Città [Costantinopoli], sofferente per un tumore interno causato dalle sue incessanti tribolazioni.
Eppure, malato com'era, era ansioso di raccontare la tragica storia delle sue avventure. Non riuscì a farlo, in parte a causa della sua infermità e in parte perché glielo proibimmo, temendo che lo sforzo del parlare potesse causare la rottura della lesione interna.
Il tempo, nel suo scorrere irresistibile e perpetuo, trascina con sé tutte le cose create e le sprofonda negli abissi dell'oscurità, siano esse eventi di scarso rilievo o vicende straordinarie e memorabili.
Come afferma il tragediografo:
«Porta dall'oscurità tutte le cose alla nascita, e tutte le cose nate avvolge nella notte.»
Tuttavia, la narrazione storica si erge come un solido baluardo contro il flusso del tempo e, in una certa misura, ne frena la corsa inarrestabile. Di tutto ciò che accade nel mondo, la storia custodisce e protegge ciò che ha preso in carico, impedendo che scivoli nell'abisso dell'oblio.
Io, Anna, figlia dei sovrani Alessio e Irene, nata e cresciuta nella porpora, sono ben consapevole di questa verità. Non sono ignara di lettere, avendo portato i miei studi di greco al massimo livello, né sono inesperta di retorica; ho approfondito le opere di Aristotele e i dialoghi di Platone, arricchendo la mia mente con il "Quadrivio" del sapere.
Non è per vanità che dichiaro ciò che la natura e il mio zelo per lo studio mi hanno concesso, né i doni che Dio mi ha assegnato alla nascita e che il tempo ha contribuito a maturare.
Tuttavia, per tornare al mio proposito, intendo con questo scritto narrare le imprese compiute da mio padre. Esse non devono andare perdute nel silenzio, né essere spazzate via, per così dire, dalla corrente del tempo nel mare dell'oblio. Racconterò non solo le sue gesta come Imperatore, ma anche i servizi che rese a vari sovrani prima di ricevere egli stesso lo scettro.
Capitolo II
Le imprese che mi accingo a narrare non hanno lo scopo di esibire la mia abilità letteraria, ma di impedire che questioni di tale importanza rimangano prive di testimonianza per le generazioni future. Infatti, anche le più grandi gesta, se non vengono preservate dalla parola scritta e affidate alla memoria, si estinguono nelle tenebre del silenzio.
Mio padre, come dimostrano i fatti, sapeva tanto comandare quanto obbedire ai sovrani, sempre entro i limiti della ragionevolezza.
Sebbene io abbia scelto di narrare le sue azioni, temo che le lingue del sospetto e della diffamazione possano sussurrare che scrivere la storia del proprio padre sia solo un atto di autocelebrazione; potrebbero insinuare che i fatti storici e le lodi che tributo loro siano menzogne e vuoti panegirici.
D'altra parte, se fosse stato lui stesso a fornire i materiali, e se i fatti mi costringessero a censurare alcune delle sue azioni — non per colpa sua, ma per la natura stessa degli eventi — temo gli schernitori. Costoro potrebbero rinfacciarmi l'esempio di Cam, figlio di Noè, poiché guardano tutto con occhio malevolo e, a causa della loro invidia, non discernono chiaramente ciò che è giusto, ma finiscono per “incolpare l'innocente”, come dice Omero.
Chiunque assuma il ruolo di storico deve mettere da parte le proprie simpatie e antipatie personali. Spesso deve assegnare la lode più alta ai propri nemici, quando le loro azioni lo richiedono, e non di rado deve biasimare i propri parenti più stretti, se i loro errori lo esigono. Non deve mai evitare di criticare gli amici né di lodare gli avversari.
Esorto dunque entrambe le parti — coloro che ci attaccano e i nostri sostenitori — a trovare conforto nel fatto che ho cercato le prove nelle azioni stesse e nelle testimonianze dirette. Mi sono basata su coloro che hanno visto gli eventi, e sugli uomini che li hanno vissuti: i padri di alcuni dei contemporanei e i nonni di altri furono, infatti, testimoni oculari di queste vicende.
Capitolo III
La ragione che, infine, mi ha spinto a scrivere la storia di mio padre è la seguente.
Il mio legittimo sposo era il Cesare Niceforo, discendente della stirpe dei Briennio, un uomo che superava di gran lunga i suoi contemporanei per la sorprendente avvenenza, l'intelligenza superiore e la raffinata eloquenza. Era un vero piacere tanto ammirarlo quanto ascoltarlo. Ma non devo lasciare che il mio racconto divaghi dal suo corso, dunque atteniamoci per il momento alla storia principale.
Mio marito, come ho detto, era straordinario sotto ogni aspetto. Egli accompagnò mio fratello Giovanni, l'Imperatore, in diverse spedizioni contro i barbari, così come in quella contro colui che deteneva la città di Antiochia.
Poiché Niceforo non tollerava di trascurare la sua attività letteraria, compose diverse eccellenti monografie anche in tempi di fatiche e avversità. Tuttavia, l'incarico che più gli stava a cuore era quello voluto dalla nostra Sovrana: la compilazione della storia del regno di Alessio, Imperatore dei Romani e mio padre.
Si dedicava a esporre le gesta del suo regno nei suoi libri ogni qualvolta l'occasione gli concedeva una breve tregua dai conflitti e dalla guerra, permettendogli di rivolgere la mente alla storia e agli studi letterari.
Inoltre, affrontò la materia partendo da un periodo precedente (poiché anche in questo dettaglio obbedì alla volontà della nostra padrona), iniziando da Romano IV Diogene, Imperatore dei Romani, fino a giungere all'uomo di cui intendeva narrare. All'ascesa di Diogene, mio padre era appena entrato nella sua brillante giovinezza; prima di allora non era che un fanciullo e non aveva compiuto nulla degno di nota, a meno che le gesta della sua infanzia non divengano tema di un panegirico.
Tale era quindi l'intenzione del Cesare, come dimostrano i suoi stessi scritti; ma le sue speranze non furono esaudite ed egli non completò la sua opera. Condusse la narrazione fino all'Imperatore Niceforo III Botaniate, ma le circostanze gli impedirono di proseguire oltre, causando così la perdita degli eventi che intendeva descrivere e privando i suoi lettori di un grande piacere.
Per questa ragione, io stessa mi sono assunta l'impegno di narrare le gesta di mio padre, affinché le generazioni future non perdano memoria di fatti di tale importanza.
La struttura armoniosa e il grande fascino degli scritti del Cesare sono ben noti a tutti coloro che hanno avuto la possibilità di posare lo sguardo sui suoi libri. Tuttavia, come ho già accennato, quando giunse al regno di mio padre e ne stese una bozza, riportandocela dall'estero ancora incompleta, portò con sé — ahimè! — anche un male fatale.
Questo fu forse causato dagli infiniti disagi della vita militare, dalle troppe spedizioni, o ancora dalla sua opprimente ansia per noi; poiché la preoccupazione era innata in lui e i suoi tormenti erano incessanti.
Oltre a queste cause, anche le varietà e le asprezze del clima contribuirono a colmare per lui il calice fatale. Partì infatti da qui per una spedizione contro i Siri e i Cilici quando era già gravemente infermo; dalla Siria passò, malato, in Cilicia, da lì in Panfilia, poi in Lidia. La Lidia lo inviò infine in Bitinia, che ce lo restituì alla Regina delle Città [Costantinopoli], sofferente per un tumore interno causato dalle sue incessanti tribolazioni.
Eppure, malato com'era, era ansioso di raccontare la tragica storia delle sue avventure. Non riuscì a farlo, in parte a causa della sua infermità e in parte perché glielo proibimmo, temendo che lo sforzo del parlare potesse causare la rottura della lesione interna.
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