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Storie Fiorentine
di Francesco Guicciardini
Traduzione e cura di Aldo Diomedes
ISBN: 979-8242913998
Formato: Copertina flessibile 15.24 x 22.86 cm
Pagine: 434
Descrizione
Storie Fiorentine: Edizione in Italiano Moderno con Analisi Strategica e confronto con Machiavelli
Dimentica il linguaggio arcaico e polveroso del '500. Il capolavoro politico di Francesco Guicciardini è stato finalmente decodificato.
Tutti conoscono "Il Principe" di Machiavelli. Ma mentre Machiavelli scriveva teorie sull'arte del governo, Francesco Guicciardini gestiva il potere reale. Governatore, ambasciatore e consigliere dei Papi, Guicciardini è stato il vero "insider" del Rinascimento. Le sue Storie Fiorentine non sono solo cronaca: sono un manuale spietato su come funzionano le ambizioni umane, i complotti e la gestione dello Stato.
Per secoli, questo testo è rimasto inaccessibile ai più a causa di un linguaggio ostico e complesso. Fino ad oggi.
Questa nuova edizione è stata curata per il lettore contemporaneo. Il testo originale è stato tradotto in un Italiano moderno, fluido e diretto, trasformando un classico della storiografia in un vero e proprio thriller politico che si legge tutto d'un fiato.
PERCHÉ QUESTA EDIZIONE È UNICA? A differenza delle classiche ristampe scolastiche, questo libro è strutturato come un corso di strategia. Alla fine di ogni capitolo troverai 4 strumenti esclusivi:
Il Palcoscenico & Decodificatore: Per capire al volo chi è chi, spiegando termini tecnici e alleanze senza costringerti a cercare su Google.
L'Occhio di Guicciardini: Un'analisi psicologica delle motivazioni segrete dei personaggi (invidia, paura, avidità ).
Guicciardini VS Machiavelli: Un confronto inedito "faccia a faccia". Come avrebbero reagito i due giganti di fronte allo stesso evento?
Lezione Politica Attuale: Come applicare le strategie di Lorenzo il Magnifico o gli errori di Savonarola al management, al business e alla leadership di oggi.
COSA TROVERAI ALL'INTERNO: Dalla rivolta operaia dei Ciompi all'ascesa silenziosa dei Medici; dalla sanguinosa Congiura dei Pazzi al fanatismo religioso di Savonarola, fino al crollo della Repubblica. Scoprirai che la Firenze del Rinascimento non era solo arte e bellezza, ma una fossa di leoni dove un errore di calcolo costava la vita.
PER CHI È QUESTO LIBRO?
Per gli appassionati di Storia che cercano una narrazione avvincente e non accademica.
Per chi ha amato Le 48 Leggi del Potere o L'Arte della Guerra e cerca nuova saggezza strategica.
Per chi vuole capire i meccanismi eterni della politica e del potere.
Smetti di guardare la Storia come un elenco di date. Inizia a leggerla come una partita a scacchi.
Dimentica il linguaggio arcaico e polveroso del '500. Il capolavoro politico di Francesco Guicciardini è stato finalmente decodificato.
Tutti conoscono "Il Principe" di Machiavelli. Ma mentre Machiavelli scriveva teorie sull'arte del governo, Francesco Guicciardini gestiva il potere reale. Governatore, ambasciatore e consigliere dei Papi, Guicciardini è stato il vero "insider" del Rinascimento. Le sue Storie Fiorentine non sono solo cronaca: sono un manuale spietato su come funzionano le ambizioni umane, i complotti e la gestione dello Stato.
Per secoli, questo testo è rimasto inaccessibile ai più a causa di un linguaggio ostico e complesso. Fino ad oggi.
Questa nuova edizione è stata curata per il lettore contemporaneo. Il testo originale è stato tradotto in un Italiano moderno, fluido e diretto, trasformando un classico della storiografia in un vero e proprio thriller politico che si legge tutto d'un fiato.
PERCHÉ QUESTA EDIZIONE È UNICA? A differenza delle classiche ristampe scolastiche, questo libro è strutturato come un corso di strategia. Alla fine di ogni capitolo troverai 4 strumenti esclusivi:
Il Palcoscenico & Decodificatore: Per capire al volo chi è chi, spiegando termini tecnici e alleanze senza costringerti a cercare su Google.
L'Occhio di Guicciardini: Un'analisi psicologica delle motivazioni segrete dei personaggi (invidia, paura, avidità ).
Guicciardini VS Machiavelli: Un confronto inedito "faccia a faccia". Come avrebbero reagito i due giganti di fronte allo stesso evento?
Lezione Politica Attuale: Come applicare le strategie di Lorenzo il Magnifico o gli errori di Savonarola al management, al business e alla leadership di oggi.
COSA TROVERAI ALL'INTERNO: Dalla rivolta operaia dei Ciompi all'ascesa silenziosa dei Medici; dalla sanguinosa Congiura dei Pazzi al fanatismo religioso di Savonarola, fino al crollo della Repubblica. Scoprirai che la Firenze del Rinascimento non era solo arte e bellezza, ma una fossa di leoni dove un errore di calcolo costava la vita.
PER CHI È QUESTO LIBRO?
Per gli appassionati di Storia che cercano una narrazione avvincente e non accademica.
Per chi ha amato Le 48 Leggi del Potere o L'Arte della Guerra e cerca nuova saggezza strategica.
Per chi vuole capire i meccanismi eterni della politica e del potere.
Smetti di guardare la Storia come un elenco di date. Inizia a leggerla come una partita a scacchi.
📖 Leggi alcune pagine (Anteprima)
CAPITOLO I
Dalle rivolte popolari del 1378 al consolidamento del potere di Cosimo de’ Medici nel 1434. Il periodo d’oro della Repubblica, le guerre contro i Visconti e le lotte tra le grandi famiglie fiorentine.
Nel 1378, mentre era Gonfaloniere di Giustizia [la massima carica esecutiva della Repubblica] Luigi di messer Piero Guicciardini [avo dell’autore], scoppiò la rivolta dei Ciompi [i lavoratori salariati dell'industria laniera].
I responsabili del disordine furono gli Otto della Guerra [magistratura straordinaria incaricata della gestione militare]. Essendo stati confermati più volte nel loro incarico, avevano attirato l'odio e l'opposizione dei cittadini più influenti.
Per contrastare i loro rivali, gli Otto si rivolsero al favore delle masse, scatenando il tumulto. Il loro obiettivo non era consegnare la città ai Ciompi, ma usarli come forza d'urto per abbattere i propri nemici politici e restare padroni del governo.
Il piano però fallì. Una volta preso il potere, i Ciompi istituirono nuove cariche a loro piacimento, ignorando la volontà degli Otto. La città era ormai in preda al caos quotidiano e i vecchi istigatori non riuscivano più a frenare la folla.
La salvezza della città giunse da una figura inaspettata: Michele di Lando, un operaio eletto Gonfaloniere di Giustizia proprio dai rivoltosi. Rendendosi conto che quel disordine avrebbe portato Firenze alla rovina, si accordò con gli Otto e i loro alleati per togliere il potere ai Ciompi.
Dopo la caduta dei Ciompi, il governo rimase comunque nelle mani dei ceti popolari e della classe media, piuttosto che nelle famiglie nobili. I leader di questa nuova fase furono messer Giorgio Scali e messer Tommaso Strozzi.
Sostenuti dal favore popolare, i due governarono Firenze per tre anni. Durante questo periodo compirono gravi abusi, arrivando a decapitare cittadini illustri come Piero degli Albizzi e messer Donato Barbadori solo per eliminare ogni opposizione.
Alla fine, l'insoddisfazione divenne insopportabile. Abbandonato dal popolo, Giorgio Scali fu catturato e decapitato. Tommaso Strozzi riuscì a fuggire, ma fu bandito in perpetuo insieme ai suoi discendenti. Anche Benedetto degli Alberti, loro ex alleato, fu mandato in esilio.
Seguirono anni di instabilità finché, nel 1393, un nuovo assetto istituzionale fu stabilito sotto la guida del Gonfaloniere Maso degli Albizzi. Per vendicare lo zio Piero, Maso cacciò da Firenze quasi tutti i membri della famiglia Alberti.
Il governo passò allora nelle mani di uomini esperti e saggi. Grazie alla loro unione, la città godette di una stabilità che durò fino al 1420 circa. I cittadini, stanchi delle passate turbolenze, accettarono volentieri questo nuovo ordine.
In quegli anni Firenze dimostrò tutta la sua forza. Sostenne per dodici anni una guerra costosissima contro Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano, assoldando eserciti stranieri guidati dal Duca di Baviera, dal Conte di Armagnac (con 15.000 cavalieri) e dall'Imperatore Roberto.
Nonostante le risorse fossero allo stremo, subito dopo la guerra i fiorentini conquistarono Pisa, investendo una somma enorme per l'epoca. Successivamente affrontarono con successo Ladislao, Re di Napoli, ottenendo la città di Cortona dietro un forte pagamento.
Grazie a un governo unito e alla guida di cittadini capaci, Firenze non solo difese la propria libertà ma ampliò notevolmente il proprio dominio. Questo è considerato a ragione il periodo più glorioso e felice della storia della nostra città .
Tra il 1420 e il 1434, tuttavia, la situazione mutò a causa della guerra contro il duca Filippo Maria Visconti e delle divisioni interne. Si formarono due fazioni: una guidata da Niccolò da Uzzano, l’altra da Giovanni de’ Medici e, in seguito, da suo figlio Cosimo.
Nel 1433, dopo la morte di Niccolò da Uzzano, la sua fazione approfittò del controllo sulla Signoria per colpire i Medici. Il Gonfaloniere Bernardo Guadagni fece arrestare Cosimo de' Medici nel Palazzo Vecchio, per poi confinarlo a Venezia insieme al fratello Lorenzo e al cugino Averardo.
Poco dopo, anche messer Agnolo Acciaiuoli fu arrestato, sottoposto alla tortura della fune e confinato in Grecia. Il potere restò nelle mani di Rinaldo degli Albizzi e dei suoi alleati, che però non seppero mantenerlo a lungo.
Appena un anno dopo, nel settembre 1434, la nuova Signoria guidata da Niccolò Cocchi richiamò Cosimo dall'esilio e cacciò i capi della fazione avversa, nonostante i tentativi di resistenza armata degli Albizzi.
Da quel momento fu cambiata la legge elettorale per evitare che nuovi colpi di mano avvenissero nello stesso giorno dell'anno. I principali artefici del ritorno dei Medici furono Neri Capponi e Piero Guicciardini, insieme a Luca degli Albizzi e Alamanno Salviati.
Tornato a Firenze e assunto il comando, Cosimo istituì una Balìa [una commissione straordinaria con pieni poteri] composta da cittadini fidati. Per mettere in sicurezza il nuovo regime, esiliò un gran numero di avversari appartenenti a famiglie nobilissime e ricche.
Per colmare il vuoto lasciato dagli esiliati, iniziò a promuovere uomini di estrazione umile. A chi lo ammoniva che eliminare la nobiltà avrebbe rovinato Firenze, Cosimo rispondeva con cinismo:
«Basteranno pochi metri di panno color San Martino per creare nuovi gentiluomini.»
Intendeva dire che, una volta ottenuti onori e ricchezze, anche uomini di bassa condizione sarebbero diventati, agli occhi della società , cittadini autorevoli.
In città esistevano ancora le antiche famiglie nobiliari, i Grandi, che un tempo erano state escluse dalle cariche principali — come il Priorato [il supremo organo di governo] e i Collegi — a causa delle leggi di Giano della Bella. Nonostante le restrizioni, queste famiglie conservavano ancora l'accesso ad alcuni uffici minori e alle ambasciate.
Cosimo non nutriva un odio personale verso di loro, poiché, essendo già esclusi dal potere, non lo avevano ostacolato. Tuttavia, non si fidava della loro superbia. Per neutralizzarli definitivamente, seguì il consiglio di Puccio Pucci: trasformò per legge i nobili in popolani.
All'apparenza fu un favore, poiché eliminò le leggi che li opprimevano rendendoli idonei a ogni carica. In realtà , fu una trappola: i nobili, ora in lizza con tutti gli altri, non riuscivano a superare gli squittinii [le votazioni per l'elezione ai magistrati] e finirono per perdere anche quegli uffici che prima erano loro riservati per legge.
Per blindare il governo, Cosimo fece rinnovare ogni cinque anni i poteri della Balìa. Grazie a questa autorità , i membri della Signoria non venivano più estratti a sorte, ma scelti direttamente dagli Accoppiatori [funzionari incaricati di selezionare i nomi dalle borse elettorali] secondo i suoi desideri.
La sua preoccupazione principale era impedire che i suoi stessi sostenitori diventassero troppo potenti. Per questo motivo mantenne sempre un controllo strettissimo sulla Signoria e sulla distribuzione delle tasse, usandole come uno strumento per esaltare o mandare in rovina chiunque volesse.
Dalle rivolte popolari del 1378 al consolidamento del potere di Cosimo de’ Medici nel 1434. Il periodo d’oro della Repubblica, le guerre contro i Visconti e le lotte tra le grandi famiglie fiorentine.
Nel 1378, mentre era Gonfaloniere di Giustizia [la massima carica esecutiva della Repubblica] Luigi di messer Piero Guicciardini [avo dell’autore], scoppiò la rivolta dei Ciompi [i lavoratori salariati dell'industria laniera].
I responsabili del disordine furono gli Otto della Guerra [magistratura straordinaria incaricata della gestione militare]. Essendo stati confermati più volte nel loro incarico, avevano attirato l'odio e l'opposizione dei cittadini più influenti.
Per contrastare i loro rivali, gli Otto si rivolsero al favore delle masse, scatenando il tumulto. Il loro obiettivo non era consegnare la città ai Ciompi, ma usarli come forza d'urto per abbattere i propri nemici politici e restare padroni del governo.
Il piano però fallì. Una volta preso il potere, i Ciompi istituirono nuove cariche a loro piacimento, ignorando la volontà degli Otto. La città era ormai in preda al caos quotidiano e i vecchi istigatori non riuscivano più a frenare la folla.
La salvezza della città giunse da una figura inaspettata: Michele di Lando, un operaio eletto Gonfaloniere di Giustizia proprio dai rivoltosi. Rendendosi conto che quel disordine avrebbe portato Firenze alla rovina, si accordò con gli Otto e i loro alleati per togliere il potere ai Ciompi.
Dopo la caduta dei Ciompi, il governo rimase comunque nelle mani dei ceti popolari e della classe media, piuttosto che nelle famiglie nobili. I leader di questa nuova fase furono messer Giorgio Scali e messer Tommaso Strozzi.
Sostenuti dal favore popolare, i due governarono Firenze per tre anni. Durante questo periodo compirono gravi abusi, arrivando a decapitare cittadini illustri come Piero degli Albizzi e messer Donato Barbadori solo per eliminare ogni opposizione.
Alla fine, l'insoddisfazione divenne insopportabile. Abbandonato dal popolo, Giorgio Scali fu catturato e decapitato. Tommaso Strozzi riuscì a fuggire, ma fu bandito in perpetuo insieme ai suoi discendenti. Anche Benedetto degli Alberti, loro ex alleato, fu mandato in esilio.
Seguirono anni di instabilità finché, nel 1393, un nuovo assetto istituzionale fu stabilito sotto la guida del Gonfaloniere Maso degli Albizzi. Per vendicare lo zio Piero, Maso cacciò da Firenze quasi tutti i membri della famiglia Alberti.
Il governo passò allora nelle mani di uomini esperti e saggi. Grazie alla loro unione, la città godette di una stabilità che durò fino al 1420 circa. I cittadini, stanchi delle passate turbolenze, accettarono volentieri questo nuovo ordine.
In quegli anni Firenze dimostrò tutta la sua forza. Sostenne per dodici anni una guerra costosissima contro Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano, assoldando eserciti stranieri guidati dal Duca di Baviera, dal Conte di Armagnac (con 15.000 cavalieri) e dall'Imperatore Roberto.
Nonostante le risorse fossero allo stremo, subito dopo la guerra i fiorentini conquistarono Pisa, investendo una somma enorme per l'epoca. Successivamente affrontarono con successo Ladislao, Re di Napoli, ottenendo la città di Cortona dietro un forte pagamento.
Grazie a un governo unito e alla guida di cittadini capaci, Firenze non solo difese la propria libertà ma ampliò notevolmente il proprio dominio. Questo è considerato a ragione il periodo più glorioso e felice della storia della nostra città .
Tra il 1420 e il 1434, tuttavia, la situazione mutò a causa della guerra contro il duca Filippo Maria Visconti e delle divisioni interne. Si formarono due fazioni: una guidata da Niccolò da Uzzano, l’altra da Giovanni de’ Medici e, in seguito, da suo figlio Cosimo.
Nel 1433, dopo la morte di Niccolò da Uzzano, la sua fazione approfittò del controllo sulla Signoria per colpire i Medici. Il Gonfaloniere Bernardo Guadagni fece arrestare Cosimo de' Medici nel Palazzo Vecchio, per poi confinarlo a Venezia insieme al fratello Lorenzo e al cugino Averardo.
Poco dopo, anche messer Agnolo Acciaiuoli fu arrestato, sottoposto alla tortura della fune e confinato in Grecia. Il potere restò nelle mani di Rinaldo degli Albizzi e dei suoi alleati, che però non seppero mantenerlo a lungo.
Appena un anno dopo, nel settembre 1434, la nuova Signoria guidata da Niccolò Cocchi richiamò Cosimo dall'esilio e cacciò i capi della fazione avversa, nonostante i tentativi di resistenza armata degli Albizzi.
Da quel momento fu cambiata la legge elettorale per evitare che nuovi colpi di mano avvenissero nello stesso giorno dell'anno. I principali artefici del ritorno dei Medici furono Neri Capponi e Piero Guicciardini, insieme a Luca degli Albizzi e Alamanno Salviati.
Tornato a Firenze e assunto il comando, Cosimo istituì una Balìa [una commissione straordinaria con pieni poteri] composta da cittadini fidati. Per mettere in sicurezza il nuovo regime, esiliò un gran numero di avversari appartenenti a famiglie nobilissime e ricche.
Per colmare il vuoto lasciato dagli esiliati, iniziò a promuovere uomini di estrazione umile. A chi lo ammoniva che eliminare la nobiltà avrebbe rovinato Firenze, Cosimo rispondeva con cinismo:
«Basteranno pochi metri di panno color San Martino per creare nuovi gentiluomini.»
Intendeva dire che, una volta ottenuti onori e ricchezze, anche uomini di bassa condizione sarebbero diventati, agli occhi della società , cittadini autorevoli.
In città esistevano ancora le antiche famiglie nobiliari, i Grandi, che un tempo erano state escluse dalle cariche principali — come il Priorato [il supremo organo di governo] e i Collegi — a causa delle leggi di Giano della Bella. Nonostante le restrizioni, queste famiglie conservavano ancora l'accesso ad alcuni uffici minori e alle ambasciate.
Cosimo non nutriva un odio personale verso di loro, poiché, essendo già esclusi dal potere, non lo avevano ostacolato. Tuttavia, non si fidava della loro superbia. Per neutralizzarli definitivamente, seguì il consiglio di Puccio Pucci: trasformò per legge i nobili in popolani.
All'apparenza fu un favore, poiché eliminò le leggi che li opprimevano rendendoli idonei a ogni carica. In realtà , fu una trappola: i nobili, ora in lizza con tutti gli altri, non riuscivano a superare gli squittinii [le votazioni per l'elezione ai magistrati] e finirono per perdere anche quegli uffici che prima erano loro riservati per legge.
Per blindare il governo, Cosimo fece rinnovare ogni cinque anni i poteri della Balìa. Grazie a questa autorità , i membri della Signoria non venivano più estratti a sorte, ma scelti direttamente dagli Accoppiatori [funzionari incaricati di selezionare i nomi dalle borse elettorali] secondo i suoi desideri.
La sua preoccupazione principale era impedire che i suoi stessi sostenitori diventassero troppo potenti. Per questo motivo mantenne sempre un controllo strettissimo sulla Signoria e sulla distribuzione delle tasse, usandole come uno strumento per esaltare o mandare in rovina chiunque volesse.
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