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Le Guerre di Procopio: Persiane, Vandaliche e Gotiche

di Procopio di Cesarea
Traduzione e cura di Aldo Diomedes

ISBN: 979-8289883810 Formato: Copertina flessibile 21.59 x 27.94 cm Pagine: 434

Descrizione

Le Guerre: Persiane, Vandaliche e Gotiche di Procopio di Cesarea

Un'opera fondamentale per comprendere la crisi e la rinascita dell'Impero Romano d'Oriente.

Procopio di Cesarea, considerato il più grande storico bizantino del VI secolo d.C., fu molto più di un semplice cronista. In qualità di segretario e consigliere del leggendario generale Belisario, Procopio fu testimone diretto e narratore acuto degli eventi che plasmarono un'epoca di straordinari cambiamenti e incessanti conflitti.

Le sue celebri Storie delle guerre sono ora per la prima volta riunite in un unico volume, offrendo uno sguardo senza precedenti sul VI secolo d.C.

Immergetevi in un racconto avvincente che vi condurrà attraverso:
Le Guerre Persiane: la strenua difesa dei confini orientali contro il potente Impero Sasanide.
Le Guerre Vandaliche: l'audace e trionfale spedizione in Africa che segnò una delle più clamorose vittorie dell'epoca e la riconquista di una provincia cruciale.
Le Guerre Gotiche: la lunga e sanguinosa lotta per il controllo dell'Italia, un conflitto che segnò "la fine di un mondo e l'inizio di un altro".

Questa nuova traduzione, curata da Aldo Diomedes, ideatore del canale YouTube "Medioevo in Guerra", è stata realizzata con un obiettivo preciso: rendere il testo di Procopio accessibile e godibile per il lettore di oggi. Mantenendo intatto il ritmo narrativo e la forza espressiva dell'originale, elimina le barriere linguistiche che spesso confinano questi grandi testi a un pubblico specialistico.

Un'opera imprescindibile per gli amanti della storia militare, i drammi della politica e le vicende degli uomini di fronte ai grandi sconvolgimenti storici. Lasciatevi trasportare nel cuore di un'era incredibilmente viva e scoprite un classico che parla ancora con forza e attualità.
📖 Leggi alcune pagine (Anteprima)
Capitolo IV
Seconda spedizione di Perozo — Stratagemma degli Eutaliti — Disfatta dei Persiani — Storia di una perla del re — Legge promulgata dai Persiani dopo la disfatta — Cavado, ultimo figlio di Perozo, ottiene il trono
I.
Dopo poco tempo, Perozo volle, in spregio al giuramento prestato, vendicare l’affronto subito. Raccolse dunque un grande esercito di Persiani e alleati e marciò nuovamente contro gli Eutaliti.
Lasciò a corte il figlio più piccolo, Cavado, ancora troppo giovane per partecipare alla guerra, mentre portò con sé tutti gli altri figli — in tutto trenta — accampandosi con loro.
Gli Unni, venuti a conoscenza di questo imponente spiegamento di forze, criticavano aspramente l’infedeltà dei Persiani e accusavano il loro stesso re di aver tradito la causa pubblica.
Ma il re, sorridendo di tali accuse, domandava loro: «Che cosa mai ho ceduto ai Medi? Forse terre, armi o parte dei miei tesori reali?»
Gli rispondevano: «In verità nulla di tutto ciò; ma hai ceduto l’occasione, che in guerra equivale a tutto». Nonostante ciò, si dichiararono pronti a combattere.
Il re però ordinò loro di attendere: non avevano ancora notizie certe della partenza del nemico, né sapevano che questi avesse già varcato i confini e si trovasse in territorio degli Eutaliti.
II.
Scelta una pianura che il nemico sarebbe stato costretto ad attraversare per giungere al confronto, il re fece scavare tutt’intorno un vasto e profondissimo fossato, lasciando soltanto al centro un passaggio abbastanza largo da permettere il passaggio di dieci cavalieri affiancati.
Sopra questo varco furono disposte delle canne, coperte poi di terra, per mascherare l’insidia. Inoltre, i cavalieri scelti per perlustrare la campagna furono avvertiti di attraversare il varco con cautela, in fila serrata, per non cadere essi stessi nella trappola.
Il re, infine, sospese sulla sommità della sua tenda il sigillo che Perozo aveva apposto sul giuramento, e attese tranquillo che il nemico entrasse nella trappola.
Quando i ricognitori riferirono che l’esercito persiano era ormai presso Gorgo, l’ultima città sul confine persiano, pronto a invadere il suolo degli Unni, il re si mosse con la parte più consistente del suo esercito.
Posizionatosi di fronte alla zona del fossato, inviò un piccolo gruppo di armati a incontrare il nemico con l’ordine di ritirarsi al suo apparire, fingendo la fuga e rispettando scrupolosamente le istruzioni ricevute. La manovra riuscì perfettamente: dopo aver eseguito l’ordine, i soldati tornarono alle proprie linee.
III.
I Persiani, dall’altra parte, non sospettavano alcuna insidia e, lanciandosi a spron battuto sull’apparente sentiero, caddero in massa nella trappola.
Non solo i primi cavalieri vi precipitarono, ma anche tutti quelli che li seguivano: tanto erano presi dall’impeto dell’inseguimento e dall’idea di sbaragliare i fuggitivi, che non si accorsero della sorte dei compagni, continuando a gettarsi nel fosso.
Perozo stesso fu tra coloro che vi perirono [nell’anno 482 della nostra era, al ventiquattresimo anno di regno], insieme a tutti i suoi figli.
Si racconta che, mentre precipitava, si strappò dall’orecchio sinistro una perla di straordinaria grandezza e purezza, gettandola via per impedirne l’uso ad altri. Era una perla di tale bellezza che nessun principe poteva vantare il possesso di un simile gioiello.
A mio avviso, però, è poco credibile che in un simile momento di terrore e confusione il re avesse pensieri tanto raffinati: più verosimilmente, la perla si sarà staccata accidentalmente durante la caduta.
Di fatto, l’imperatore romano desiderava ardentemente possederla e ne fece richiesta agli Eutaliti; ma nemmeno loro, dopo lunghe e scrupolose ricerche, riuscirono a trovarla.
C’è però chi sostiene che la perla sia stata ritrovata dagli Unni e poi passata al successore di Perozo.
A questo proposito, i Persiani raccontano una leggenda che vale la pena riportare.
Si narra che la perla si trovasse, non molto distante dalla costa persiana, all’interno di un pesce. Quest’ultimo, aprendo leggermente il guscio, mostrava al suo interno uno splendore mai visto prima: una perla di candore e dimensioni straordinarie.
Un gigantesco cane marino, incantato da quella vista, seguiva giorno e notte il pesce; quando la fame lo costringeva ad allontanarsi in cerca di prede, tornava subito dopo per contemplare di nuovo la perla.
Un pescatore, osservando questa scena, esitava ad avvicinarsi per paura del cane marino.
Decise però di riferire l’accaduto al re Perozo, il quale, affascinato dal racconto, lo incoraggiò con promesse e ricompense a tentare l’impresa.
Il pescatore rispose:
«Mio re, l’uomo ama la ricchezza, ma ancor più la vita e, soprattutto, quella dei propri figli. Per amore loro, sono disposto a rischiare ogni pericolo.
Se riuscirò nell’impresa, spero di vivere il resto dei miei giorni nell’agiatezza grazie alla tua generosità; ma anche se non ricevessi alcuna ricompensa, mi sentirei comunque onorato di aver servito il mio sovrano.
Se invece dovessi morire per mano del mostro, confido che tu saprai prenderti cura dei miei figli, così che persino dalla mia morte possa derivarne un beneficio. E tu potrai dimostrare la tua magnanimità onorando la memoria di un servitore scomparso.»
Così parlò il pescatore e si recò al luogo dove si trovavano il pesce e il cane marino.
Appena il cane si allontanò per cercare cibo, l’uomo si tuffò, afferrò la perla e, quasi giunto a riva, si accorse che il mostro lo stava inseguendo.
Riuscì appena in tempo a gettare la perla sulla spiaggia, ma fu subito raggiunto e ucciso. I suoi compagni, che osservavano la scena dalla riva, raccolsero la perla e la portarono al re, raccontando con dolore la sorte dell’amico.
Tale è la leggenda narrata dai Persiani. Ora riprendo il filo del mio racconto.
IV.
Con la morte di Perozo e del suo esercito, i pochi superstiti caddero anch’essi nelle mani del vincitore.
Fu allora promulgata tra i Persiani una legge che vietava di inseguire un nemico in rotta oltre i propri confini, per evitare di cadere in simili insidie.
V.
La parte dell’esercito che non aveva varcato i confini insieme a Perozo proclamò re Cavado, l’ultimo dei figli del sovrano e l’unico rimasto a corte.
Dopo le vittorie ottenute, gli Eutaliti dominarono sui Persiani per due anni.
Trascorso questo tempo, il giovane monarca, ormai sicuro delle proprie forze, non volle più tollerare il giogo straniero.




Capitolo V
Cavado proclama con una legge la comunanza di tutte le donne — I sudditi lo depongono ed eleggono in sua vece Blaso, rinchiudendo Cavado nella prigione di Lete — Origine di questo nome — Tragica fine di Arsace, re d’Armenia
I.
Dopo questi eventi, Cavado, abusando del suo potere con ogni sorta di violenza, promulgò una legge che stabiliva la comunanza di tutte le donne [come già era stato prescritto in alcune società antiche].
II.
Tale decreto suscitò l’unanime orrore dei sudditi. Essi si ribellarono, arrestarono il re e lo gettarono in prigione [nell’undicesimo anno del suo regno, anno 484 della nostra era].
Successivamente elessero come nuovo sovrano Blaso [chiamato anche Zamaspe da Agazia, secondogenito di Perozo], poiché Cavado non aveva discendenza maschile e le leggi persiane vietavano di elevare al trono un uomo estraneo alla famiglia reale se questa non fosse del tutto estinta.
Blaso, ricevuta la corona, convocò un consiglio con i dignitari del regno per decidere il destino del prigioniero. Le opinioni furono discordi: molti erano favorevoli a risparmiargli la vita.
Ma Gusanascade [o Gusanastade], comandante delle truppe di frontiera con gli Eutaliti (in Persia chiamato "caranange"), si fece avanti al centro del consiglio e, mostrando un piccolo coltello usato in Persia per tagliarsi le unghie, disse:
«Quest’arma minuscola basterebbe oggi a risolvere la questione, ma se indugeremo, più di ventimila dei nostri migliori guerrieri cadranno per lo stesso motivo.»
Con ciò voleva dire che, se non si fosse eliminato Cavado, la situazione avrebbe causato gravi danni.
Tuttavia, il ribrezzo che provavano all’idea di versare sangue reale li spinse a optare per una soluzione più mite: decisero di rinchiuderlo nella prigione di Lete.
III.
Ai condannati di quel luogo è proibito persino menzionarne il nome: la pena è la morte.
Dall’Historia Armeniae conosciamo l’origine di tale nome e apprendiamo anche un episodio singolare che lo riguarda.
IV.
In tempi antichi, vi fu una guerra accanita tra Persiani e Armeni, durata trentadue anni. Gli Armeni erano guidati da Arsace, della dinastia degli Arsacidi [originaria non dell’Armenia, ma insediatasi lì per volontà dei re parti]; i Persiani erano comandati da Pacoro.
Nonostante i gravi danni subiti da entrambe le parti, l’Armenia fu quella che ne uscì più provata.
I due sovrani, avendo ormai perso ogni fiducia reciproca, avevano interrotto ogni contatto, persino gli scambi diplomatici.
Ma quando i Persiani si trovarono a combattere contro un popolo vicino agli Armeni, questi ultimi, per dimostrare di aver deposto l’antico rancore e di desiderare il ristabilimento dell’amicizia, decisero di attaccare quei barbari a sostegno dei Persiani.
Avvisarono preventivamente Pacoro della loro intenzione, poi compirono un’incursione devastante, sterminando tutti, senza distinzione di età o di sesso.
Il re persiano, sorpreso da questo gesto, inviò a sua volta un messaggio ad Arsace, invitandolo a un incontro.
Arsace accettò e si recò in Persia accompagnato dai suoi comandanti più valorosi, tra cui Bassizio, suo consigliere in guerra e uomo di grande saggezza e valore.
Pacoro accolse Arsace con grandi onori, trattandolo da pari a pari.
Tuttavia, dopo breve tempo, lo accusò di essere la causa di nuove tensioni e lo richiamò in Persia con il pretesto di discutere di affari comuni.
Arsace, ignaro della trappola, tornò in Persia con i suoi comandanti.
Pacoro li rimproverò aspramente, accusandoli di spergiuro. Pur proclamandosi innocenti, gli Armeni furono imprigionati con grande disonore.
Il re, allora, consultò i maghi su come risolvere la questione. Essi suggerirono un metodo per indurre Arsace a rivelare i suoi veri sentimenti: metà della sala del trono venne cosparsa con terra persiana, l’altra metà con terra armena.
Compiuti alcuni riti su quella superficie, Pacoro e Arsace vi camminarono insieme, con i maghi come testimoni.
Pacoro, passeggiando con Arsace, lo accusò nuovamente di avere infranto i patti.
Finché Arsace camminava sulla terra persiana, negava con fermezza ogni colpa.
Ma appena i suoi piedi toccavano il suolo armeno, il suo discorso cambiava radicalmente: parlava apertamente del desiderio di vendicare le offese subite, come se fosse ispirato da una forza soprannaturale.
Nel passare nuovamente sulla terra persiana tornava rispettoso e remissivo, e così via più volte. In questo modo vennero svelati i suoi veri pensieri.
I maghi dichiararono allora Arsace spergiuro e violatore degli accordi.
Pacoro, pur non potendo condannarlo a morte per rispetto alla sua stirpe reale, ordinò che Bassizio fosse scuoiato vivo e che la sua pelle, imbottita di paglia, venisse appesa a un alto albero.
Quanto ad Arsace, fu condannato alla prigione di Lete.
V.
Trascorso del tempo, un Armeno amico intimo di Arsace e uno dei suoi compagni d’arme, durante una battaglia contro i barbari si distinse talmente per valore che Pacoro gli concesse di scegliere la propria ricompensa.
Costui chiese di poter trascorrere un giorno intero con Arsace, esaudendo ogni suo desiderio.
La richiesta mise in grande imbarazzo il re, poiché avrebbe dovuto infrangere la legge che vietava ogni contatto con i prigionieri di Lete.
Volendo però mantenere la promessa, acconsentì.
L’Armeno corse allora alla prigione, abbracciò commosso Arsace, e insieme piansero a lungo sulla loro sventura.
Poi l’amico lavò Arsace, gli fece indossare abiti regali e lo adagiò su un magnifico letto, dove il re, con tutta la dignità della sua antica grandezza, banchettò lautamente, intrattenuto da racconti piacevoli.
La serata trascorse così fino a tarda notte, e infine, dopo aver vissuto quelle ultime ore di gioia, i due si diedero l’estremo saluto.
Secondo alcuni, in quel momento Arsace, ormai privo di ogni speranza di riscatto, avrebbe afferrato un coltello e si sarebbe tolto la vita.
Altri narrano invece che fu lo stesso amico, mosso da compassione, a porre fine alle sue sofferenze.
La Storia d’Armenia conferma che Arsace morì in questo modo, e che i Persiani, in quella circostanza, infransero la loro stessa legge sulla prigione di Lete.
Ma ora riprendiamo il filo del nostro racconto.
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