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Historia de Vita et Gestis Ferdinandi Regis Aragonum
di Lorenzo Valla
Traduzione e cura di Aldo Diomedes
ISBN: 979-8283323879
Formato: Copertina flessibile 15.24 x 22.86 cm
Pagine: 151
Descrizione
Nel cuore della grande stagione della Reconquista e della crisi dinastica che segnò la fine del Medioevo iberico, si staglia la figura di Ferdinando d’Aragona, detto il Giusto. Fu il primo re aragonese della dinastia castigliana dei Trastámara, salito al trono nel 1412 dopo il celebre Compromesso di Caspe. Abile condottiero e uomo di profonda pietà, contribuì in modo decisivo alla ripresa cristiana contro i Mori e alla stabilizzazione politica del regno d'Aragona.
Ma chi era davvero questo sovrano? Quali furono le sue virtù, le sue battaglie, le sue scelte politiche? A raccontarcelo con passione e rigore fu Lorenzo Valla, uno dei più grandi umanisti del Rinascimento, che gli dedicò questa straordinaria Historia, fondendo il gusto classico per la narrazione epica con la precisione storica del suo tempo.
Questa edizione nasce dal desiderio di rendere accessibile al pubblico italiano un’opera di grande valore storico e letterario, mai prima d’ora tradotta integralmente in lingua moderna. Ho voluto restituire la voce di Valla con un linguaggio fluido e narrativo, fedele all’originale ma pensato per il lettore contemporaneo, mantenendo intatta l’energia dell’autore e l’impatto degli eventi.
Il testo che state per leggere è frutto di un paziente lavoro di traduzione, revisione e annotazione per riportare alla luce le grandi storie dimenticate, far rivivere le imprese dei re e dei condottieri, e offrire una prospettiva viva e concreta sulla storia.
Questa Historia de Vita et Gestis Ferdinandi Regis Aragonum non è solo un documento del passato: è un racconto avvincente, ricco di episodi militari, scelte difficili, tensioni politiche e riflessioni profonde sulla regalità, sulla fede e sul destino. Un’opera che ci parla ancora oggi, e che merita di essere letta, conosciuta e condivisa.
Ma chi era davvero questo sovrano? Quali furono le sue virtù, le sue battaglie, le sue scelte politiche? A raccontarcelo con passione e rigore fu Lorenzo Valla, uno dei più grandi umanisti del Rinascimento, che gli dedicò questa straordinaria Historia, fondendo il gusto classico per la narrazione epica con la precisione storica del suo tempo.
Questa edizione nasce dal desiderio di rendere accessibile al pubblico italiano un’opera di grande valore storico e letterario, mai prima d’ora tradotta integralmente in lingua moderna. Ho voluto restituire la voce di Valla con un linguaggio fluido e narrativo, fedele all’originale ma pensato per il lettore contemporaneo, mantenendo intatta l’energia dell’autore e l’impatto degli eventi.
Il testo che state per leggere è frutto di un paziente lavoro di traduzione, revisione e annotazione per riportare alla luce le grandi storie dimenticate, far rivivere le imprese dei re e dei condottieri, e offrire una prospettiva viva e concreta sulla storia.
Questa Historia de Vita et Gestis Ferdinandi Regis Aragonum non è solo un documento del passato: è un racconto avvincente, ricco di episodi militari, scelte difficili, tensioni politiche e riflessioni profonde sulla regalità, sulla fede e sul destino. Un’opera che ci parla ancora oggi, e che merita di essere letta, conosciuta e condivisa.
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CAPITOLO 6
Al terzo giorno, con tutte le truppe pronte e le macchine sistemate, si diede l’ordine di spingere avanti la torre d’assedio. Ma al primo tentativo, per il cedimento degli assi, l’intera struttura crollò con fragore, gettando nel panico chi vi era sopra o nei pressi. Alcuni accorsero in aiuto, altri rimasero stupiti, affranti, indignati. Si parlava apertamente di tradimento. Si cercavano i colpevoli. La gioia dei nemici era grande, tanto che si vantavano di aver vinto con l’aiuto di Dio.
Nulla, infatti, è più odioso e imperdonabile che un tradimento in guerra, specie contro nemici della fede. E quando i nostri successi cessavano, si dava subito la colpa a cospirazioni segrete, e si temeva che in futuro altri tradimenti potessero accadere. Da qui la crescente frenesia di alcuni per gettarsi in battaglia, mentre altri si ritiravano prudenti, convinti che chi moriva in guerra avrebbe ottenuto una grande ricompensa presso Dio.
Colpito da un simile disastro, Ferdinando riunì i suoi consiglieri più fidati per decidere il da farsi. Mentre si cercavano i colpevoli — che si sospettava appartenessero a persone di alto rango — non si poteva nemmeno punire apertamente Additto [1] per l’incidente alla torre, anche se il danno era stato enorme e la fame aumentava ogni giorno.
Allora parlò il vescovo Sancio [2]: “Ferdinando, io ho imparato dai saggi che là dove è impossibile agire, non c’è spazio per i consigli. Noi assediamo Setanil, ma ora è Setanil ad assediare noi, e ancor più duramente. Se qui scoppiasse la peste, non esiteremmo a fuggire da questa posizione: perché allora dubitiamo di farlo ora, mentre la fame ci consuma? Questo male spinge gli uomini ai crimini peggiori. Ci mancano i viveri, e non possiamo ottenerli. Ritiriamoci dunque per necessità: ciò che non si può ottenere, non va ostinatamente inseguito.”
“Non pensare che sia una ritirata vergognosa: torni vincitore via terra e via mare. Hai compiuto imprese più grandi di quanto molti si aspettassero. Se questa città non cadrà in tua mano, non sarà per colpa tua, ma per la carestia, per la sfortuna e per il tradimento degli alleati. È ormai certo che la torre è stata sabotata. E anche se ora dovessimo aspettare un tempo più favorevole, sappiamo bene che i pericoli non verranno da lì, ma dalla tua stessa cerchia. Se questi traditori hanno osato tanto, perché credi che non siano pronti ad avvelenarti?”
Il re, lontano da casa, doveva affrontare non solo la guerra, ma anche l'invidia e l'odio di coloro che volevano la sua rovina. Temeva che, se già in passato alcuni avevano tramato contro di lui, ora che la sua speranza, il suo potere e la sua gloria crescevano, sarebbero stati ancora più velenosi e ostili. Se avesse indagato su costoro, non solo avrebbe sollevato accuse in mezzo all’esercito, ma avrebbe offerto uno spettacolo disonorevole ai nemici. Così, invece di rafforzare il prestigio della guerra, l’avrebbe infangata, ottenendo più biasimo che onore.
Doveva invece abbandonare i traditori al giudizio del popolo e alla condanna della pubblica opinione. Se né la carestia né il tradimento degli alleati permettevano di rimanere, allora, avendo già raggiunto una grande gloria, non restava che tornare in patria, per prepararsi meglio all’anno seguente, con truppe più numerose e più fedeli.
Quando Ferdinando sentì queste parole, ordinò che la ritirata fosse proclamata per il quarto giorno. Ma prima che la città di Setanil fosse del tutto consegnata al nemico, ordinò che fossero devastati i campi circostanti con il ferro e con il fuoco, quelli che fino ad allora erano stati risparmiati per speranza di conquista. Il terzo giorno le fiamme si alzarono ovunque. Quindi, uscito con tutto l’esercito, giunto nella pianura di Mauri [3], dove si poteva osservare da lontano l’intero schieramento, fece la conta dei soldati che non aveva fatto all’arrivo: circa quindicimila cavalieri e settantamila fanti.
Poi, fatta celebrare la messa, divise le truppe in modo che una parte potesse svernare in diverse località. I soldati, dunque, si dispersero per vie diverse, secondo comodità e necessità. Ferdinando si dedicò quindi alla gestione degli affari civili e si conquistò la stima del popolo e dei nobili, divenendo più venerato e amato per giustizia e saggezza.
Nel frattempo, riprese a preparare la guerra: convocò un nuovo esercito, non numeroso, ma scelto tra i migliori, con pochi servitori e molti coloni esperti. Questa volta l'esercito era più piccolo ma più efficiente: settemila cavalieri e quarantamila fanti. Il raccolto era stato abbondante, e così non mancava né cibo né rifornimenti, né nell’accampamento né in tutta la Spagna. Quell’anno, però, la flotta fu meno attiva: solo due navi da ricognizione furono impiegate, perché i barbari non avevano inviato rinforzi per mare, oppure mancavano loro i mezzi o la fiducia.
Eppure, per tutto il tempo, i principi africani inviavano segretamente uomini e armi in Spagna [4], prevedendo che il conflitto con Ferdinando sarebbe continuato. Quando giunse la primavera, egli ordinò a tutti gli ufficiali e ai comandanti di presentarsi in un giorno preciso presso la città di Etfa [5], la più esposta ai nemici.
In quei giorni, la regina Elionora [6] — donna di straordinaria pietà — si recò di notte, a piedi nudi e accompagnata da sole due dame, a visitare il santuario di Santa Maria della Guardia [7], che prende il nome da un miracolo avvenuto secoli prima: si racconta che, caduto un neonato in un pozzo, la madre, pregando la Vergine, vide il bambino risalire illeso tra le acque. Al momento della partenza di Ferdinando, la regina, angosciata, fu dolcemente rincuorata dal marito.
Al terzo giorno, con tutte le truppe pronte e le macchine sistemate, si diede l’ordine di spingere avanti la torre d’assedio. Ma al primo tentativo, per il cedimento degli assi, l’intera struttura crollò con fragore, gettando nel panico chi vi era sopra o nei pressi. Alcuni accorsero in aiuto, altri rimasero stupiti, affranti, indignati. Si parlava apertamente di tradimento. Si cercavano i colpevoli. La gioia dei nemici era grande, tanto che si vantavano di aver vinto con l’aiuto di Dio.
Nulla, infatti, è più odioso e imperdonabile che un tradimento in guerra, specie contro nemici della fede. E quando i nostri successi cessavano, si dava subito la colpa a cospirazioni segrete, e si temeva che in futuro altri tradimenti potessero accadere. Da qui la crescente frenesia di alcuni per gettarsi in battaglia, mentre altri si ritiravano prudenti, convinti che chi moriva in guerra avrebbe ottenuto una grande ricompensa presso Dio.
Colpito da un simile disastro, Ferdinando riunì i suoi consiglieri più fidati per decidere il da farsi. Mentre si cercavano i colpevoli — che si sospettava appartenessero a persone di alto rango — non si poteva nemmeno punire apertamente Additto [1] per l’incidente alla torre, anche se il danno era stato enorme e la fame aumentava ogni giorno.
Allora parlò il vescovo Sancio [2]: “Ferdinando, io ho imparato dai saggi che là dove è impossibile agire, non c’è spazio per i consigli. Noi assediamo Setanil, ma ora è Setanil ad assediare noi, e ancor più duramente. Se qui scoppiasse la peste, non esiteremmo a fuggire da questa posizione: perché allora dubitiamo di farlo ora, mentre la fame ci consuma? Questo male spinge gli uomini ai crimini peggiori. Ci mancano i viveri, e non possiamo ottenerli. Ritiriamoci dunque per necessità: ciò che non si può ottenere, non va ostinatamente inseguito.”
“Non pensare che sia una ritirata vergognosa: torni vincitore via terra e via mare. Hai compiuto imprese più grandi di quanto molti si aspettassero. Se questa città non cadrà in tua mano, non sarà per colpa tua, ma per la carestia, per la sfortuna e per il tradimento degli alleati. È ormai certo che la torre è stata sabotata. E anche se ora dovessimo aspettare un tempo più favorevole, sappiamo bene che i pericoli non verranno da lì, ma dalla tua stessa cerchia. Se questi traditori hanno osato tanto, perché credi che non siano pronti ad avvelenarti?”
Il re, lontano da casa, doveva affrontare non solo la guerra, ma anche l'invidia e l'odio di coloro che volevano la sua rovina. Temeva che, se già in passato alcuni avevano tramato contro di lui, ora che la sua speranza, il suo potere e la sua gloria crescevano, sarebbero stati ancora più velenosi e ostili. Se avesse indagato su costoro, non solo avrebbe sollevato accuse in mezzo all’esercito, ma avrebbe offerto uno spettacolo disonorevole ai nemici. Così, invece di rafforzare il prestigio della guerra, l’avrebbe infangata, ottenendo più biasimo che onore.
Doveva invece abbandonare i traditori al giudizio del popolo e alla condanna della pubblica opinione. Se né la carestia né il tradimento degli alleati permettevano di rimanere, allora, avendo già raggiunto una grande gloria, non restava che tornare in patria, per prepararsi meglio all’anno seguente, con truppe più numerose e più fedeli.
Quando Ferdinando sentì queste parole, ordinò che la ritirata fosse proclamata per il quarto giorno. Ma prima che la città di Setanil fosse del tutto consegnata al nemico, ordinò che fossero devastati i campi circostanti con il ferro e con il fuoco, quelli che fino ad allora erano stati risparmiati per speranza di conquista. Il terzo giorno le fiamme si alzarono ovunque. Quindi, uscito con tutto l’esercito, giunto nella pianura di Mauri [3], dove si poteva osservare da lontano l’intero schieramento, fece la conta dei soldati che non aveva fatto all’arrivo: circa quindicimila cavalieri e settantamila fanti.
Poi, fatta celebrare la messa, divise le truppe in modo che una parte potesse svernare in diverse località. I soldati, dunque, si dispersero per vie diverse, secondo comodità e necessità. Ferdinando si dedicò quindi alla gestione degli affari civili e si conquistò la stima del popolo e dei nobili, divenendo più venerato e amato per giustizia e saggezza.
Nel frattempo, riprese a preparare la guerra: convocò un nuovo esercito, non numeroso, ma scelto tra i migliori, con pochi servitori e molti coloni esperti. Questa volta l'esercito era più piccolo ma più efficiente: settemila cavalieri e quarantamila fanti. Il raccolto era stato abbondante, e così non mancava né cibo né rifornimenti, né nell’accampamento né in tutta la Spagna. Quell’anno, però, la flotta fu meno attiva: solo due navi da ricognizione furono impiegate, perché i barbari non avevano inviato rinforzi per mare, oppure mancavano loro i mezzi o la fiducia.
Eppure, per tutto il tempo, i principi africani inviavano segretamente uomini e armi in Spagna [4], prevedendo che il conflitto con Ferdinando sarebbe continuato. Quando giunse la primavera, egli ordinò a tutti gli ufficiali e ai comandanti di presentarsi in un giorno preciso presso la città di Etfa [5], la più esposta ai nemici.
In quei giorni, la regina Elionora [6] — donna di straordinaria pietà — si recò di notte, a piedi nudi e accompagnata da sole due dame, a visitare il santuario di Santa Maria della Guardia [7], che prende il nome da un miracolo avvenuto secoli prima: si racconta che, caduto un neonato in un pozzo, la madre, pregando la Vergine, vide il bambino risalire illeso tra le acque. Al momento della partenza di Ferdinando, la regina, angosciata, fu dolcemente rincuorata dal marito.
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