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Le Vite Parallele Volume 2
di Plutarco
Traduzione e cura di Aldo Diomedes
ISBN: 979-8267292344
Formato: Copertina flessibile 15.24 x 22.86 cm
Pagine: 352
Descrizione
Le Vite Parallele di Plutarco: Un Capolavoro della Storia in Italiano Moderno (Volume 2)
Cosa spinge un eroe alla grandezza e un leader alla rovina? Può un uomo essere allo stesso tempo un salvatore e un traditore? E come possono le vite di condottieri e statisti vissuti duemila anni fa illuminare le complessità del nostro tempo?
Da secoli, chi cerca risposte a queste domande si rivolge a un'opera monumentale e senza tempo: le Vite Parallele di Plutarco. Più che semplici biografie, sono ritratti psicologici, lezioni di strategia e profonde riflessioni morali che hanno formato la mente di imperatori, filosofi e rivoluzionari.
Tuttavia, la prosa degli antichi può spesso apparire distante e complessa. Questa edizione nasce per abbattere quella barriera, offrendo il capolavoro di Plutarco in una veste completamente rinnovata, proseguendo il viaggio iniziato con il primo volume.
Perché scegliere questa edizione?
UNA TRADUZIONE FINALMENTE ACCESSIBILE: Dimentica la lingua arcaica e le costruzioni complesse. Questo volume presenta una traduzione in italiano moderno, chiaro e scorrevole, pensata per restituire il piacere della lettura e la forza della narrazione originale a un pubblico contemporaneo.
NOTE INTEGRATE PER CAPIRE TUTTO: Non dovrai più saltare da una pagina all'altra per consultare le note. Personaggi, luoghi e concetti storici sono spiegati con brevi chiarimenti direttamente nel testo, permettendoti di comprendere ogni riferimento senza mai interrompere il flusso della lettura.
UN VIAGGIO TRA GENI MILITARI, EROI E TRADITORI: Questo secondo volume ti condurrà nel cuore pulsante dei conflitti e delle ambizioni che scossero il mondo antico, attraverso le vite di figure leggendarie:
Alcibiade e Coriolano: due geni militari consumati dalla propria ambizione, acclamati come eroi e poi esiliati come traditori.
Aristide "il Giusto" e Catone "il Censore": statisti inflessibili, simboli di integrità e rigore morale in epoche di profondo cambiamento.
Pelopida e Marcello: gli eroi che osarono sfidare le due superpotenze del loro tempo, Sparta e la Cartagine di Annibale.
Timoleone e Paolo Emilio: i conquistatori che liberarono popoli oppressi e ridisegnarono i confini del mondo conosciuto.
E molti altri...
Che tu sia un appassionato di storia, uno studente o semplicemente un lettore curioso di esplorare le radici del nostro mondo, questa è l'edizione perfetta per scoprire (o riscoprire) perché Plutarco è ancora oggi un maestro di vita insuperato.
Cosa spinge un eroe alla grandezza e un leader alla rovina? Può un uomo essere allo stesso tempo un salvatore e un traditore? E come possono le vite di condottieri e statisti vissuti duemila anni fa illuminare le complessità del nostro tempo?
Da secoli, chi cerca risposte a queste domande si rivolge a un'opera monumentale e senza tempo: le Vite Parallele di Plutarco. Più che semplici biografie, sono ritratti psicologici, lezioni di strategia e profonde riflessioni morali che hanno formato la mente di imperatori, filosofi e rivoluzionari.
Tuttavia, la prosa degli antichi può spesso apparire distante e complessa. Questa edizione nasce per abbattere quella barriera, offrendo il capolavoro di Plutarco in una veste completamente rinnovata, proseguendo il viaggio iniziato con il primo volume.
Perché scegliere questa edizione?
UNA TRADUZIONE FINALMENTE ACCESSIBILE: Dimentica la lingua arcaica e le costruzioni complesse. Questo volume presenta una traduzione in italiano moderno, chiaro e scorrevole, pensata per restituire il piacere della lettura e la forza della narrazione originale a un pubblico contemporaneo.
NOTE INTEGRATE PER CAPIRE TUTTO: Non dovrai più saltare da una pagina all'altra per consultare le note. Personaggi, luoghi e concetti storici sono spiegati con brevi chiarimenti direttamente nel testo, permettendoti di comprendere ogni riferimento senza mai interrompere il flusso della lettura.
UN VIAGGIO TRA GENI MILITARI, EROI E TRADITORI: Questo secondo volume ti condurrà nel cuore pulsante dei conflitti e delle ambizioni che scossero il mondo antico, attraverso le vite di figure leggendarie:
Alcibiade e Coriolano: due geni militari consumati dalla propria ambizione, acclamati come eroi e poi esiliati come traditori.
Aristide "il Giusto" e Catone "il Censore": statisti inflessibili, simboli di integrità e rigore morale in epoche di profondo cambiamento.
Pelopida e Marcello: gli eroi che osarono sfidare le due superpotenze del loro tempo, Sparta e la Cartagine di Annibale.
Timoleone e Paolo Emilio: i conquistatori che liberarono popoli oppressi e ridisegnarono i confini del mondo conosciuto.
E molti altri...
Che tu sia un appassionato di storia, uno studente o semplicemente un lettore curioso di esplorare le radici del nostro mondo, questa è l'edizione perfetta per scoprire (o riscoprire) perché Plutarco è ancora oggi un maestro di vita insuperato.
📖 Leggi alcune pagine (Anteprima)
VITA DI ALCIBIADE
CAPITOLO I
La famiglia di Alcibiade faceva risalire le sue antiche origini a Eurisace, figlio di Aiace [l'eroe omerico Aiace Telamonio], e, per parte di madre, ad Alcmeone, essendo egli figlio di Dinomaca, figlia di Megacle [gli Alcmeonidi erano una delle più potenti e antiche famiglie aristocratiche di Atene]. Suo padre Clinia si distinse combattendo con una sua trireme nella battaglia di Artemisio [battaglia navale contro i Persiani nel 480 a.C.] e in seguito morì combattendo contro i Beoti a Coronea [battaglia del 447 a.C. in cui gli Ateniesi furono sconfitti]. Essendo Alcibiade rimasto orfano, i suoi tutori furono Pericle [il celebre statista ateniese] e Arifrone, figli di Santippo e suoi parenti.
È stato detto con ragione che l'affetto e la stima di Socrate per Alcibiade contribuirono non poco alla sua fama. Infatti, mentre non conosciamo nemmeno il nome della madre di personaggi illustri del suo tempo come Nicia, Demostene, Lamaco, Formione, Trasibulo e Teramene, sappiamo invece che la nutrice di Alcibiade era spartana e si chiamava Amicla, e che il suo pedagogo fu Zopiro, come ci viene tramandato rispettivamente da Antistene [filosofo cinico] e da Platone [il celebre filosofo, discepolo di Socrate].
Della bellezza di Alcibiade non sarebbe forse necessario parlare, ma basterà dire che il fascino del suo aspetto fiorì in ogni età della sua vita – da bambino, da giovane e da uomo – rendendolo sempre gradito e amato da tutti. Non è universalmente vero, infatti, il detto di Euripide [celebre tragediografo greco] secondo cui anche l'autunno dei belli è bello; questa fu una particolarità di Alcibiade e di pochi altri, dovuta alla loro eccezionale costituzione fisica. Si racconta che la sua leggera balbuzie non dispiacesse affatto, anzi, conferisse al suo modo di parlare un certo fascino seducente. Ne fece menzione Aristofane [il più grande commediografo greco], prendendo in giro un certo Teoro:
Alcibiade mi disse balbettando:
«Guadda Teoio, c’ha il capo d’un colbo» [gioco di parole intraducibile basato sulla pronuncia difettosa di Alcibiade, che non riusciva a dire la lettera "r". Volendo dire che Teoro aveva una "testa di corvo" (kórax), pronunciò invece "testa di adulatore" (kólax), colpendo nel segno, poiché Teoro era noto per essere un adulatore].
E in questo, ha detto bene, pur balbettando.
E anche Archippo, un altro poeta comico, deridendo il figlio di Alcibiade, scrisse:
Se ne va con andatura molleggiata,
trascinando dietro la veste e il mantello,
e ora balbetta e inclina il collo
per mostrarsi in tutto simile a suo padre.
CAPITOLO II
Il suo carattere, tuttavia, subì nel tempo molti cambiamenti e mostrò grandi contraddizioni, a seconda delle circostanze e delle alterne fortune. Tra le molte e intense passioni a cui era per natura incline, l'ambizione e il desiderio di essere sempre il primo furono le più forti, come dimostrano alcuni aneddoti e frasi della sua infanzia rimasti impressi nella memoria collettiva. Un giorno, mentre lottava, trovandosi in difficoltà e sul punto di essere atterrato dall'avversario, portò alla bocca le braccia che lo stringevano, come per mordergli le mani. L'altro allentò la presa e disse: «Tu mordi, Alcibiade, come le donne!». E lui rispose: «No, come i leoni!».
In un'altra occasione, ancora bambino, giocava con gli astragali [un antico gioco simile ai dadi, praticato con piccoli ossi di animali] insieme ai suoi compagni in mezzo a una strada. Quando toccò a lui lanciare, vide arrivare un carro da trasporto e chiese al conducente di aspettare un momento, perché i suoi astragali erano caduti proprio dove il carro doveva passare. Poiché il rude conducente non gli diede retta e continuò ad avanzare, gli altri bambini si spostarono, ma Alcibiade si gettò a terra, sdraiandosi davanti al carro, e gli gridò di passare pure, se ne aveva il coraggio. L'uomo, spaventato all'idea di schiacciarlo, tirò indietro le bestie, mentre i vicini, meravigliati e allarmati, accorrevano gridando.
Quando poi raggiunse l'età per imparare le arti e le scienze, si dimostrò un allievo obbediente con tutti i suoi insegnanti, ad eccezione del maestro di flauto [in greco aulos, uno strumento a fiato a doppia ancia, simile a un oboe]. Si rifiutò di impararlo, sostenendo che fosse un'arte volgare e indegna di un nobile. «L'uso dell'arco e della lira», diceva, «non deforma né il portamento né i lineamenti del viso, che si addicono a una persona nobile. Ma quando si soffia nel flauto, il volto si stravolge a tal punto che persino i familiari faticano a riconoscerlo. Inoltre, con la lira si può conversare e cantare contemporaneamente, mentre il flauto chiude la bocca, impedendo l'uso della voce e della parola. Che suonino il flauto i figli dei Tebani [I Tebani, e i Beoti in generale, erano stereotipati dagli Ateniesi come rozzi e poco intelligenti], che non sanno parlare. Noi Ateniesi, come ci insegnano i nostri padri, abbiamo come guide e protettrici Atena e Apollo: la prima gettò via il flauto, e il secondo scorticò vivo il satiro che lo suonava» [il riferimento è al mito di Atena, che gettò l'aulos dopo aver visto il suo viso deformato, e a quello di Apollo, che punì Marsia per aver osato sfidarlo con quello strumento].
Con questi ragionamenti, in parte scherzosi e in parte seri, Alcibiade dissuase se stesso e gli altri dal dedicarsi a quest'arte. Si sparse infatti subito la voce tra i giovani che egli disprezzava a ragione il flauto e derideva chi lo imparava. Di conseguenza, ad Atene, questa disciplina fu esclusa dalle arti considerate nobili e il flauto fu ritenuto uno strumento disdicevole.
CAPITOLO I
La famiglia di Alcibiade faceva risalire le sue antiche origini a Eurisace, figlio di Aiace [l'eroe omerico Aiace Telamonio], e, per parte di madre, ad Alcmeone, essendo egli figlio di Dinomaca, figlia di Megacle [gli Alcmeonidi erano una delle più potenti e antiche famiglie aristocratiche di Atene]. Suo padre Clinia si distinse combattendo con una sua trireme nella battaglia di Artemisio [battaglia navale contro i Persiani nel 480 a.C.] e in seguito morì combattendo contro i Beoti a Coronea [battaglia del 447 a.C. in cui gli Ateniesi furono sconfitti]. Essendo Alcibiade rimasto orfano, i suoi tutori furono Pericle [il celebre statista ateniese] e Arifrone, figli di Santippo e suoi parenti.
È stato detto con ragione che l'affetto e la stima di Socrate per Alcibiade contribuirono non poco alla sua fama. Infatti, mentre non conosciamo nemmeno il nome della madre di personaggi illustri del suo tempo come Nicia, Demostene, Lamaco, Formione, Trasibulo e Teramene, sappiamo invece che la nutrice di Alcibiade era spartana e si chiamava Amicla, e che il suo pedagogo fu Zopiro, come ci viene tramandato rispettivamente da Antistene [filosofo cinico] e da Platone [il celebre filosofo, discepolo di Socrate].
Della bellezza di Alcibiade non sarebbe forse necessario parlare, ma basterà dire che il fascino del suo aspetto fiorì in ogni età della sua vita – da bambino, da giovane e da uomo – rendendolo sempre gradito e amato da tutti. Non è universalmente vero, infatti, il detto di Euripide [celebre tragediografo greco] secondo cui anche l'autunno dei belli è bello; questa fu una particolarità di Alcibiade e di pochi altri, dovuta alla loro eccezionale costituzione fisica. Si racconta che la sua leggera balbuzie non dispiacesse affatto, anzi, conferisse al suo modo di parlare un certo fascino seducente. Ne fece menzione Aristofane [il più grande commediografo greco], prendendo in giro un certo Teoro:
Alcibiade mi disse balbettando:
«Guadda Teoio, c’ha il capo d’un colbo» [gioco di parole intraducibile basato sulla pronuncia difettosa di Alcibiade, che non riusciva a dire la lettera "r". Volendo dire che Teoro aveva una "testa di corvo" (kórax), pronunciò invece "testa di adulatore" (kólax), colpendo nel segno, poiché Teoro era noto per essere un adulatore].
E in questo, ha detto bene, pur balbettando.
E anche Archippo, un altro poeta comico, deridendo il figlio di Alcibiade, scrisse:
Se ne va con andatura molleggiata,
trascinando dietro la veste e il mantello,
e ora balbetta e inclina il collo
per mostrarsi in tutto simile a suo padre.
CAPITOLO II
Il suo carattere, tuttavia, subì nel tempo molti cambiamenti e mostrò grandi contraddizioni, a seconda delle circostanze e delle alterne fortune. Tra le molte e intense passioni a cui era per natura incline, l'ambizione e il desiderio di essere sempre il primo furono le più forti, come dimostrano alcuni aneddoti e frasi della sua infanzia rimasti impressi nella memoria collettiva. Un giorno, mentre lottava, trovandosi in difficoltà e sul punto di essere atterrato dall'avversario, portò alla bocca le braccia che lo stringevano, come per mordergli le mani. L'altro allentò la presa e disse: «Tu mordi, Alcibiade, come le donne!». E lui rispose: «No, come i leoni!».
In un'altra occasione, ancora bambino, giocava con gli astragali [un antico gioco simile ai dadi, praticato con piccoli ossi di animali] insieme ai suoi compagni in mezzo a una strada. Quando toccò a lui lanciare, vide arrivare un carro da trasporto e chiese al conducente di aspettare un momento, perché i suoi astragali erano caduti proprio dove il carro doveva passare. Poiché il rude conducente non gli diede retta e continuò ad avanzare, gli altri bambini si spostarono, ma Alcibiade si gettò a terra, sdraiandosi davanti al carro, e gli gridò di passare pure, se ne aveva il coraggio. L'uomo, spaventato all'idea di schiacciarlo, tirò indietro le bestie, mentre i vicini, meravigliati e allarmati, accorrevano gridando.
Quando poi raggiunse l'età per imparare le arti e le scienze, si dimostrò un allievo obbediente con tutti i suoi insegnanti, ad eccezione del maestro di flauto [in greco aulos, uno strumento a fiato a doppia ancia, simile a un oboe]. Si rifiutò di impararlo, sostenendo che fosse un'arte volgare e indegna di un nobile. «L'uso dell'arco e della lira», diceva, «non deforma né il portamento né i lineamenti del viso, che si addicono a una persona nobile. Ma quando si soffia nel flauto, il volto si stravolge a tal punto che persino i familiari faticano a riconoscerlo. Inoltre, con la lira si può conversare e cantare contemporaneamente, mentre il flauto chiude la bocca, impedendo l'uso della voce e della parola. Che suonino il flauto i figli dei Tebani [I Tebani, e i Beoti in generale, erano stereotipati dagli Ateniesi come rozzi e poco intelligenti], che non sanno parlare. Noi Ateniesi, come ci insegnano i nostri padri, abbiamo come guide e protettrici Atena e Apollo: la prima gettò via il flauto, e il secondo scorticò vivo il satiro che lo suonava» [il riferimento è al mito di Atena, che gettò l'aulos dopo aver visto il suo viso deformato, e a quello di Apollo, che punì Marsia per aver osato sfidarlo con quello strumento].
Con questi ragionamenti, in parte scherzosi e in parte seri, Alcibiade dissuase se stesso e gli altri dal dedicarsi a quest'arte. Si sparse infatti subito la voce tra i giovani che egli disprezzava a ragione il flauto e derideva chi lo imparava. Di conseguenza, ad Atene, questa disciplina fu esclusa dalle arti considerate nobili e il flauto fu ritenuto uno strumento disdicevole.
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