Copertina di Le Vite Parallele Volume 3 Retro copertina di Le Vite Parallele Volume 3

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Le Vite Parallele Volume 3

di Plutarco
Traduzione e cura di Aldo Diomedes

ISBN: 979-8267513913 Formato: Copertina flessibile 15.24 x 22.86 cm Pagine: 342

Descrizione

Cosa trasforma un generale in un tiranno? Può un'insaziabile sete di ricchezza e gloria condurre un uomo alla rovina totale? E come possono le vite di condottieri vissuti duemila anni fa metterci in guardia contro i pericoli del nostro tempo?

Da secoli, chi cerca risposte a queste domande si rivolge a un'opera monumentale e senza tempo: le Vite Parallele di Plutarco. Più che semplici biografie, sono ritratti psicologici, lezioni di strategia e profonde riflessioni morali che hanno formato la mente di imperatori, filosofi e rivoluzionari.
Tuttavia, la prosa degli antichi può spesso apparire distante e complessa. Questa edizione nasce per abbattere quella barriera, offrendo il capolavoro di Plutarco in una veste completamente rinnovata, proseguendo il viaggio iniziato con i volumi precedenti.

Perché scegliere questa edizione?
UNA TRADUZIONE FINALMENTE ACCESSIBILE: Dimentica la lingua arcaica e le costruzioni complesse. Questo volume presenta una traduzione in italiano moderno, chiaro e scorrevole, pensata per restituire il piacere della lettura e la forza della narrazione originale a un pubblico contemporaneo.

NOTE INTEGRATE PER CAPIRE TUTTO: Non dovrai più saltare da una pagina all'altra per consultare le note. Personaggi, luoghi e concetti storici sono spiegati con brevi chiarimenti direttamente nel testo, permettendoti di comprendere ogni riferimento senza mai interrompere il flusso della lettura.
UN VIAGGIO TRA AMBIZIONE SFRENATA E CATASTROFICHE DISFATTE: Questo terzo volume ti porterà al cuore delle guerre più spietate e delle decisioni più tragiche che segnarono la fine di un'era, attraverso le vite di figure leggendarie:
Pirro e Gaio Mario: Due geni militari divorati dall'ambizione, le cui vittorie "pirriche" e le cui riforme spietate cambiarono per sempre il volto della guerra e della politica.
Lisandro e Silla: Maestri dell'inganno e della forza bruta, che smantellarono democrazie e repubbliche per imporre il proprio dominio, lasciando una scia di sangue e terrore.
Cimone e Lucullo: Comandanti che accumularono fortune inimmaginabili e raggiunsero l'apice della gloria, per poi ritirarsi in una vita di lusso leggendario che scandalizzò i loro contemporanei.
Nicia e Crasso: Le storie emblematiche di come l'indecisione e l'avidità possano trasformare una spedizione trionfale nella più umiliante e catastrofica delle disfatte.
Che tu sia un appassionato di storia, uno studente o semplicemente un lettore curioso di esplorare le radici del nostro mondo, questa è l'edizione perfetta per scoprire (o riscoprire) perché Plutarco è ancora oggi un maestro di vita insuperato.

Immergiti nelle storie che hanno ispirato i giganti della storia. Aggiungi questo volume alla tua biblioteca e completa il tuo viaggio nel cuore del mondo antico.
📖 Leggi alcune pagine (Anteprima)
VITA DI CRASSO

CAPITOLO I
Marco Crasso era figlio di un uomo che era stato censore e aveva celebrato il trionfo. Crebbe in una casa modesta insieme a due fratelli, i quali si sposarono mentre i genitori erano ancora in vita, e tutti mangiavano alla stessa tavola. Questo stile di vita contribuì, più di ogni altra cosa, a renderlo sobrio e moderato. Dopo la morte di uno dei fratelli, Crasso ne sposò la vedova, dalla quale ebbe due figli, e si guadagnò la fama di essere uno degli uomini più fedeli di Roma. In età più matura, tuttavia, un certo Plotino lo accusò di aver avuto una relazione con una Vestale [sacerdotessa consacrata alla dea Vesta, con l'obbligo di rimanere vergine] di nome Licinia, la quale fu però assolta.
La verità era che Licinia possedeva una splendida villa in periferia e Crasso, desiderando acquistarla a un prezzo molto vantaggioso, la corteggiava e la frequentava assiduamente, finendo per destare sospetti. I giudici, comprendendo che il suo interesse era motivato unicamente dall'avarizia, lo assolsero dall'accusa di incesto. Crasso, tuttavia, non lasciò in pace la donna finché non ottenne da lei la proprietà.

CAPITOLO II
I Romani sostengono che l'avarizia fu l'unico vizio a oscurare le molte virtù di Crasso, ma a mio parere essa non fu solo un vizio tra gli altri, ma la passione dominante che nascose tutte le altre. A prova della sua cupidigia si citano il modo in cui accumulò la sua fortuna e l'immensità del suo patrimonio. All'inizio, infatti, possedeva beni per un valore non superiore ai trecento talenti [il talento era un'antica unità di peso e di conto, corrispondente a una somma enorme]; ma in seguito, dopo essersi dedicato agli affari pubblici, arrivò a sacrificare a Ercole la decima parte delle sue ricchezze, a offrire un banchetto al popolo romano e a donare a ogni cittadino una somma sufficiente a comprare grano per tre mesi. E, nonostante ciò, quando partì per la guerra contro i Parti, volendo calcolare l'esatto ammontare del suo patrimonio, scoprì di possedere settemilacento talenti.
La maggior parte di questa fortuna, se è lecito dire la verità senza timore di calunnia, la accumulò sfruttando gli incendi e le guerre, trasformando le pubbliche sventure nella sua più grande fonte di guadagno. Quando Silla [Lucio Cornelio Silla, dittatore romano noto per le sue proscrizioni, ovvero liste di nemici pubblici i cui beni venivano confiscati e che potevano essere uccisi impunemente] prese Roma, vendette all'incanto i beni di coloro che aveva fatto uccidere, considerandoli un bottino di guerra. Desiderando coinvolgere nelle sue colpe quanti più uomini potenti possibile, offrì a Crasso l'occasione che cercava: questi non fece altro che comprare e arraffare beni a basso costo.
Inoltre, osservando che a Roma gli incendi e i crolli di edifici erano frequenti, a causa dell'altezza e della densità delle abitazioni, acquistò schiavi architetti e muratori. Arrivato ad averne più di cinquecento, comprava sistematicamente le case bruciate e quelle adiacenti, che i proprietari, per paura e incertezza, vendevano a un prezzo irrisorio. In questo modo, finì per possedere la maggior parte degli edifici di Roma. Ma, pur avendo così tanti artigiani, non costruì mai altra casa che la propria, sostenendo che «chi si diletta a costruire, si rovina da solo, senza bisogno di nemici». Affittava però i suoi operai ai cittadini che volevano edificare, e vendeva a caro prezzo i terreni su cui costruire.
Nonostante possedesse tanto denaro, proprietà così vaste e così tanti lavoratori, nulla era paragonabile al valore dei suoi schiavi, tanto erano numerosi ed eccellenti: lettori, scribi, argentieri, amministratori, servitori. Egli stesso supervisionava la loro istruzione e li formava personalmente, considerando compito primario di un buon capofamiglia istruire adeguatamente i propri schiavi, da lui definiti "strumenti animati" per la gestione della casa. Questo era un pensiero saggio, sebbene credesse, come le sue parole lasciavano intendere, che ogni cosa andasse gestita per mezzo degli schiavi, ma che gli schiavi andassero governati direttamente da lui. L'arte di amministrare i beni materiali è infatti cosa umile, ma quella di governare gli uomini è parte della scienza politica.
Non parlò altrettanto saggiamente, invece, quando disse che non considerava ricco nessuno che non potesse mantenere un intero esercito con le proprie sostanze. La guerra, infatti, come disse Archidamo, "non segue una dieta prestabilita", e di conseguenza le ricchezze per sostenerla devono essere illimitate. In questo si discostò molto dall'opinione di Mario, il quale, dopo aver distribuito ai cittadini appezzamenti di terra di quattordici iugeri [circa 3,5 ettari], vedendo che ne chiedevano ancora, rispose: «Non piaccia agli dèi che un romano consideri poca la terra che basta a nutrirlo».

CAPITOLO III
Crasso fu sempre cortese con gli stranieri e la sua casa era sempre aperta. Prestava denaro agli amici senza interesse, ma, una volta scaduto il termine, ne esigeva la restituzione con una tale intransigenza che spesso il suo "favore" risultava più gravoso di un prestito a usura. I suoi banchetti erano per lo più semplici e popolari; la sobrietà, la pulizia e la cordiale accoglienza erano più apprezzate di qualsiasi sfarzo.
Per quanto riguarda gli studi, si dedicò principalmente all'eloquenza per farne uso nella vita pubblica. Divenne uno dei migliori oratori romani del suo tempo e, con la diligenza e la fatica, riuscì a superare persino coloro che erano per natura più dotati di lui. Si racconta, infatti, che non affrontò mai una causa, per quanto insignificante, senza essersi preparato a fondo. Anzi, spesso accettò di difendere cause che Pompeo, Cicerone o Cesare avevano esitato a prendere, gestendole con grande successo. Per questo motivo si guadagnò la fama di uomo scrupoloso e servizievole.
Piaceva molto anche il suo modo affabile e cortese di salutare le persone: non c'era romano, per quanto umile, che Crasso non abbracciasse e chiamasse per nome. Si dice che, oltre a una vasta conoscenza della storia, si dedicò anche alla filosofia, studiando in particolare gli scritti di Aristotele sotto la guida del suo precettore Alessandro. Quest'ultimo, frequentando Crasso, dimostrò di possedere una natura mite e paziente. Sarebbe difficile dire, infatti, se fosse più povero quando iniziò a frequentarlo o dopo aver passato molto tempo con lui. Era l'unico amico che accompagnava Crasso nei suoi viaggi in campagna, durante i quali Crasso gli prestava un mantello per proteggersi, per poi richiederlo indietro al loro ritorno. O grande pazienza di un uomo che, pur nella sua miseria, non riusciva a considerare la povertà tra le "cose indifferenti" [concetto della filosofia stoica per indicare ciò che non è né buono né cattivo in sé].
€ 21,99

Il prezzo indicato si riferisce alla versione in brossura (copertina morbida).
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