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Il Libro dei Fatti d'Arme e di Cavalleria

di Christine de Pizan
Traduzione e cura di Aldo Diomedes

ISBN: 979-8286887224 Formato: Copertina flessibile 15.24 x 22.86 cm Pagine: 290

Descrizione

Il Libro dei Fatti d'Arme e di Cavalleria
di Christine de Pizan
Prima traduzione integrale in italiano

Un trattato senza tempo sull'arte della guerra e sull'onore cavalleresco, "Il Libro dei Fatti d'Arme e di Cavalleria" di Christine de Pizan è una delle opere più importanti del pensiero medievale. Composto agli inizi del XV secolo, il testo esplora in profondità i principi giuridici, morali e strategici che guidano la cavalleria, offrendo un'analisi unica sulla giustizia della guerra e sull’etica del combattente.

Per la prima volta in italiano, questa edizione integrale si basa sulla traduzione più fedele e accurata, portando alla luce un classico che ha influenzato il pensiero militare e culturale del Medioevo. Diviso in quattro parti, il libro esplora temi come:

Le cause giuste della guerra

Il comportamento dei comandanti e dei soldati

Le astuzie belliche e le strategie di assedio

I diritti dei prigionieri e la giustizia nelle battaglie

Un testo fondamentale per chi desidera comprendere non solo l'arte della guerra, ma anche la cultura e i valori che l’hanno accompagnata. La traduzione si mantiene fedele all’intento originale di Christine de Pizan, mentre un linguaggio chiaro e moderno rende l’opera accessibile ai lettori contemporanei.

Con un'introduzione storica, note esplicative e una copertina d'ispirazione medievale, questa edizione è un omaggio alla grandezza di una delle voci più lucide e coraggiose del Medioevo. Un'opera che parla di giustizia, onore e responsabilità e che, pur radicata nel passato, offre riflessioni universali ancora oggi.
📖 Leggi alcune pagine (Anteprima)
CAPITOLO 14
Qui si comincia a parlare del modo di combattere contro città e castelli, ma innanzitutto si tratta della loro edificazione

Dopo aver discusso, secondo i libri di guerra e le usanze più recenti, dei modi migliori da tenere nelle battaglie campali e nei fatti di cavalleria, diremo ora, seguendo Vegezio e altri autori, come essi insegnano, dei metodi utili da adottare tanto nell’assalto a città, castelli e fortezze quanto nella loro difesa. In seguito si parlerà delle battaglie che si combattono in mare o lungo i fiumi, secondo diverse modalità.
L’autore tratta per primo del modo con cui, per maggiore sicurezza, gli antichi edificavano le loro fortezze con cinte murarie e fossati, e insegna quanto segue.
Chi vuole edificare una fortezza solida e duratura deve osservare attentamente cinque cose.
La prima è che, se possibile, il luogo sia elevato, cioè situato su qualche monte ben posizionato e in una buona regione. Ma se la conformazione del terreno non lo permette, si valuti se si può circondare l’edificio almeno da un lato con il mare o con un fiume navigabile. E se accade che il sito sia tanto favorevole da avere da una parte il mare e dall’altra un dolce fiume che attraversa la città, ciò è cosa assai utile e di grande supporto, se può accogliere navi.
La seconda, che sia in zona d’aria salubre e lontana da paludi e acquitrini.
La terza, che il territorio sia fertile e abbondante di tutto ciò che è necessario alla vita umana.
La quarta, che non vi siano montagne troppo vicine, da cui si possa colpire con proiettili.
La quinta, che la posizione del luogo sia libera e non soggetta a servitù.
L’autore afferma che gli antichi, ben accorti, non costruivano le mura delle città o delle fortezze tutte dritte come si fa oggi, poiché sostenevano che costruite in tal modo fossero più vulnerabili ai colpi delle macchine da guerra e più facili da scalare. Perciò le facevano curve e sporgenti, ben murate, con pietre serrate con buona calce e ben calcinate. Le dotavano di merli affinché da più punti si potesse difendere; o in punti strategici erigevano torri forti e difendibili. Così insegna l’autore che le mura possono essere fortificate in doppio modo contro ogni macchina bellica: ossia, tra due pareti di muratura solida si lasciava uno spazio di circa venti piedi, da riempire con terra prelevata sia dalle fondamenta – che devono essere profonde – sia dai fossati circostanti. Tale terra veniva battuta e compattata il più forte possibile con mazze. Sopra questo riempimento si erigeva una muratura molto spessa, tale da permettere camminamenti, nei quali vi fossero feritoie e passaggi per il lancio di pietre, proiettili, cannonate e ogni altro tipo di dardo. In ciascun lato era previsto un apposito spazio murato per l’installazione di macchine da lancio, se necessario. Venivano inoltre attaccate ai merli delle coperture in legno (manteaux de barbakenne) per proteggersi dai colpi.
Gli antichi usavano fissare con buoni perni e corde lunghe assi e travi all’esterno delle mura, che ondeggiavano e spezzavano i colpi delle pietre lanciate dalle macchine, impedendo loro di danneggiare le mura. Oppure si realizzavano impalcature con rami e spine ben fitte, intonacate di terra e letame, che proteggevano il muro dalle pietre più grosse. Le porte in legno massiccio erano rivestite con lamine di ferro o inchiodate con cuoio, senza sovrapposizioni, così che non vi si potesse appiccare il fuoco in tempo di guerra.
Vi era anche una feritoia nel muro in cui scorreva una saracinesca appesa a catene e anelli di ferro, così che se i nemici vi si avventavano, venivano chiusi dentro e sorpresi. Altre aperture permettevano di gettare loro addosso grosse pietre, acqua bollente, cenere e ogni tipo di sostanza difensiva, molte delle quali sono ancora oggi in uso.
I fossati dovevano essere ampi, e se non vi scorreva un fiume, dovevano almeno impedire che la fortezza potesse essere minata da sotto, soprattutto se sorgeva su roccia. Di tale pericolo gli antichi si guardavano bene: infatti, con buona calce e buoni leganti, costruivano fondamenta così solide da non temere alcuna penetrazione. I fossati dovevano dunque essere tanto larghi e profondi da non poter essere colmati dai nemici. In passato, inoltre, li facevano murare verticalmente dal lato esterno, così che nessuno potesse pensare di scendervi. Vi attaccavano anche molti uncini di ferro e spuntoni affilati, detti chaucetrappes, che ostacolavano fortemente chi vi scendeva.
Tutte queste cose, e molte altre relative a chiusure e difese, credo siano oggi ben conosciute e comuni, e i maestri di tali opere ne sono ampiamente istruiti; perciò non è necessario riferirne oltre.


CAPITOLO 15
Delle guarnigioni necessarie a città, castelli o fortezze in tempo di guerra

Poco vale la forza delle mura di un castello, per quanto ben munito di ogni sorta di difesa, se vengono a mancare i viveri in caso d’assedio, come accadde alla forte piazzaforte di Pierrememin[1], che aveva sette cinte di mura di marmo, edificata su una roccia, con grandi torri tutt’attorno e ben difesa da ottimi uomini d’arme, ma che fu conquistata per fame dopo lungo assedio. Poiché comunemente gli assediati si sforzano di difendersi, bisogna dunque prevedere che, al momento della costruzione delle mura, se non vi scorre un fiume così abbondante da non poter essere deviato, si realizzino buoni pozzi d’acqua dolce così profondi che vi affluisca acqua in modo che i nemici non la possano sottrarre; altrimenti ogni edificio sarebbe vano. Se poi l’acqua entra tramite condotte, il sito non ha grande forza, poiché è facile privarlo del rifornimento, e in questo modo – dato che non si può fare a meno dell’acqua – la piazza potrebbe presto essere conquistata.
Oltre a ciò, bisogna che gli abitanti provvedano non appena si comincia a parlare di guerra, e ancor più coloro che risiedono in frontiera, a rifornirsi di: grano, farina, biscotto, vino, aceto, agresto, sale, olio, burro salato, carne salata, formaggi inglesi e scozzesi, piselli, fave, orzo, avena, uccelli da conservare salati, legna, carbone, buoi, pecore, pesce salato, aglio, cipolle, pepe, mulini a mano e a vento, pollame, spezie, mandorle e rimedi per i malati; utensili da cucina, vasi di terracotta per il vino, boccali di terra, scodelle di legno grandi e piccole in abbondanza, sego, candele, lanterne, faretti, tortieri, letti, biancheria, coperte, tinozze, secchi per l’acqua, caldaie e grandi botti per conservare l’acqua in abbondanza, assi grandi e piccole, chiodi, corde, filo, aghi e simili.
Se venisse a mancare il sale e il vino fosse abbondante, tutta la carne cotta nel vino – anche senza sale – si conserva senza mai corrompersi. Se vi sono orti entro la cinta muraria, che siano ben coltivati. Inoltre, come detto, bisogna avere grande cura che le provviste siano distribuite con misura e proporzione, poiché non si può sapere quanto durerà l’assedio, né quale aiuto potrà giungere, né cosa si potrà trovare. Perciò, in ogni tempo, bisogna essere ben forniti, tanto per la propria sicurezza quanto per l’effetto psicologico: bisogna infatti che i nemici credano che si è ben provvisti, anche se non fosse vero, poiché ciò potrebbe indurli prima a desistere. Inoltre, non bisogna lasciare fuori nulla di quanto possa giovare ai nemici: tutto deve essere ritirato entro le fortezze prima del loro arrivo. Vegezio afferma che sarebbe meglio, se non lo si potesse impedire, darvi fuoco piuttosto che lasciarlo ai nemici, poiché tutto ciò che potrebbe giovare a loro, danneggia noi.
Se accadesse, dice, che i viveri fossero troppo costosi e vi fosse timore che potessero finire prima o durante l’assedio, gli uomini anziani, gli infermi, le donne e i bambini non abili alla difesa devono essere mandati in altre città, castelli o borghi, affinché le scorte durino più a lungo per i difensori.
Quanto alla difesa, occorre avere una grande quantità di cannoni e polvere, molte pietre e tamponi, balestre, dardi, fili ritorti, faretre, corde d’arco, pavese, lance, ogni tipo di armamento, asce, sgorbie e mazze di piombo. Per le macchine da guerra, cuoio bianco e conciato; una forgia ben fornita di ferro, acciaio, carbone, zolfo, bacinetti a piede e a coda per accendere il fuoco.
€ 20,99

Il prezzo indicato si riferisce alla versione in brossura (copertina morbida).
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