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La Guerra Civile: De Bello Civili edizione in Italiano moderno
di Gaio Giulio Cesare
Traduzione e cura di Aldo Diomedes
ISBN: 979-8261782261
Formato: Copertina flessibile 15.24 x 22.86 cm
Pagine: 274
Descrizione
Gennaio, 49 a.C. Il destino della Repubblica è appeso a un filo. Non è solo un trattato storico: è il diario di guerra in tempo reale di un uomo che sfida il mondo intero per non essere annientato. Dopo aver conquistato la Gallia, Giulio Cesare si trova di fronte al nemico più temibile: i suoi stessi concittadini, guidati dal suo antico alleato Pompeo Magno.
Dalle aule ostili del Senato romano alle trincee fangose di Dyrrachium, fino alle insidie mortali dei palazzi di Alessandria d'Egitto, il De Bello Civili racconta la discesa di Roma nel caos fratricida. È la storia di un generale che, isolato e spesso in inferiorità numerica, deve usare ogni oncia del suo genio tattico per trasformare situazioni disperate in vittorie leggendarie.
Perché scegliere questa edizione? Molte traduzioni rendono la prosa di Cesare statica e polverosa. Questa nuova edizione è stata curata per restituire l'adrenalina e l'urgenza del testo originale.
Il volume contiene:
Una traduzione in Italiano Moderno: Un linguaggio scorrevole e privo di arcaismi scolastici, pensato per far rivivere la voce autentica di Cesare: un leader pragmatico, veloce, talvolta spietato.
Analisi Tattico-Strategica: Ogni fase cruciale è accompagnata da approfondimenti che svelano il "dietro le quinte" delle decisioni militari. Scoprirai la logica dietro l'assedio di Marsiglia, l'errore fatale di Pompeo a Farsalo e la guerriglia urbana ad Alessandria.
Focus Esclusivi: Include un'analisi dettagliata degli eventi finali, come la drammatica decisione di Cesare di bruciare la propria flotta e la battaglia ingegneristica per il controllo del Faro di Alessandria, chiave di volta per la sopravvivenza dell'esercito romano in Egitto.
Dallo stesso curatore del "De Bello Gallico". Scopri la Guerra Civile come non l'hai mai letta: non come una lezione di storia, ma come un thriller politico e militare vissuto in prima persona.
Dalle aule ostili del Senato romano alle trincee fangose di Dyrrachium, fino alle insidie mortali dei palazzi di Alessandria d'Egitto, il De Bello Civili racconta la discesa di Roma nel caos fratricida. È la storia di un generale che, isolato e spesso in inferiorità numerica, deve usare ogni oncia del suo genio tattico per trasformare situazioni disperate in vittorie leggendarie.
Perché scegliere questa edizione? Molte traduzioni rendono la prosa di Cesare statica e polverosa. Questa nuova edizione è stata curata per restituire l'adrenalina e l'urgenza del testo originale.
Il volume contiene:
Una traduzione in Italiano Moderno: Un linguaggio scorrevole e privo di arcaismi scolastici, pensato per far rivivere la voce autentica di Cesare: un leader pragmatico, veloce, talvolta spietato.
Analisi Tattico-Strategica: Ogni fase cruciale è accompagnata da approfondimenti che svelano il "dietro le quinte" delle decisioni militari. Scoprirai la logica dietro l'assedio di Marsiglia, l'errore fatale di Pompeo a Farsalo e la guerriglia urbana ad Alessandria.
Focus Esclusivi: Include un'analisi dettagliata degli eventi finali, come la drammatica decisione di Cesare di bruciare la propria flotta e la battaglia ingegneristica per il controllo del Faro di Alessandria, chiave di volta per la sopravvivenza dell'esercito romano in Egitto.
Dallo stesso curatore del "De Bello Gallico". Scopri la Guerra Civile come non l'hai mai letta: non come una lezione di storia, ma come un thriller politico e militare vissuto in prima persona.
📖 Leggi alcune pagine (Anteprima)
[25]
Dati questi ordini, Cesare giunse rapidamente a Brindisi con sei legioni: veterani e le altre truppe che aveva formato con le nuove leve e completato lungo la marcia. Le coorti di Domizio, infatti, le aveva mandate subito da Corfinio in Sicilia. Trovò che i consoli erano partiti per Durazzo con gran parte dell’esercito, mentre Pompeo era rimasto a Brindisi con venti coorti. Non era possibile stabilire con certezza se vi fosse rimasto per mantenere il controllo della città — così da dominare facilmente tutto il mare Adriatico dalle estreme regioni d’Italia e dalle coste della Grecia e poter condurre la guerra su entrambe le sponde — oppure se fosse stato trattenuto dalla mancanza di navi. Temendo tuttavia che non intendesse abbandonare l’Italia, Cesare decise di bloccare le uscite e le attività del porto di Brindisi.
Il progetto delle opere era il seguente. Nei punti in cui l’imboccatura del porto era più stretta, fece costruire una diga e un terrapieno da entrambe le rive, poiché in quei tratti il mare era basso. Procedendo oltre, dove il terrapieno non poteva essere sostenuto dall’acqua più profonda, collocò in linea con la diga delle zattere doppie, larghe circa trenta piedi. Le fissò con quattro ancore, una a ciascun angolo, per impedirne lo spostamento a causa delle onde. Una volta sistemate queste, ne collegò altre della stessa dimensione; le ricoprì con terra e terrapieno, per non ostacolare l’accesso e la difesa, e le protegse sul fronte e sui lati con graticci e palizzate. Su una zattera ogni quattro innalzò una torre a due piani, per potersi difendere più agevolmente dagli attacchi delle navi e dagli incendi.
[26]
In risposta a queste opere, Pompeo allestiva grandi navi da carico che aveva trovato nel porto di Brindisi. Su di esse erigeva torri a tre piani e, caricate di numerose macchine da guerra e di ogni genere di armi da lancio, le spingeva contro le costruzioni di Cesare per sfondare le zattere e distruggere le opere. Così ogni giorno si combatteva a distanza da entrambe le parti con fionde, frecce e altri proiettili.
Cesare, tuttavia, conduceva queste operazioni senza rinunciare alla possibilità di una pace. E benché fosse molto sorpreso che Magio, che aveva inviato a Pompeo con messaggi, non fosse rimandato indietro — cosa che era stata tentata più volte e che rallentava le sue iniziative e i suoi piani — riteneva comunque che bisognasse perseverare su quella linea. Perciò inviò come emissario Caninio Rebilo, suo legato, uomo legato da stretta amicizia e parentela a Scribonio Libone, con l’incarico di avviare un colloquio. Gli ordinò di esortare Libone a favorire la pace e, soprattutto, di chiedere che fosse lui stesso a parlare con Pompeo. Dichiarava di avere piena fiducia che, se ciò fosse stato possibile, si sarebbe potuto deporre le armi a condizioni eque, e che una parte rilevante del merito e della gloria di questo risultato sarebbe spettata a Libone, se la fine del conflitto fosse avvenuta grazie alla sua iniziativa e al suo intervento.
Libone, dopo aver parlato con Caninio, si recò da Pompeo. Poco dopo tornò la risposta: poiché i consoli erano assenti, senza di loro non era possibile trattare una composizione. Dopo aver tentato più volte invano, Cesare concluse che bisognava rinunciare a questa strada e passare alla guerra.
[27]
Quando Cesare ebbe portato a termine circa metà delle opere, dopo avervi dedicato nove giorni, tornarono a Brindisi nove navi inviate dai consoli da Durazzo, che avevano trasportato là la prima parte dell’esercito. Pompeo, sia perché colpito dall’avanzamento dei lavori di Cesare, sia perché fin dall’inizio aveva deciso di lasciare l’Italia, all’arrivo delle navi cominciò a preparare la partenza. Per rallentare il più possibile l’azione di Cesare ed evitare che, durante l’imbarco, i soldati irrompessero in città, fece chiudere le porte, murare vicoli e strade, scavare fossati trasversali lungo le vie e piantarvi pali e tronchi appuntiti. Ricoprì tutto con graticci leggeri e terra; sbarrò inoltre con grandi travi conficcate e appuntite i due accessi e le due strade che, fuori dalle mura, conducevano al porto.
Compiuti questi preparativi, ordinò ai soldati di imbarcarsi in silenzio; dispose sulle mura e sulle torri pochi uomini scelti tra i veterani richiamati, arcieri e frombolieri, e stabilì di richiamarli con un segnale convenuto quando tutte le truppe fossero salite sulle navi, lasciando per loro alcune imbarcazioni leggere pronte a partire.
[28]
Gli abitanti di Brindisi, esasperati dalle violenze dei soldati pompeiani e dagli affronti dello stesso Pompeo, erano favorevoli a Cesare. Appena seppero della partenza, mentre quelli erano occupati nei preparativi, dalla folla cominciarono a segnalare l’accaduto dai tetti. Informato di ciò, Cesare fece preparare le scale e ordinò ai soldati di armarsi, per non perdere alcuna occasione di agire.
Pompeo salpò nella notte. Le sentinelle poste sulle mura furono richiamate con il segnale convenuto e, seguendo i percorsi stabiliti, corsero verso le navi. I soldati di Cesare, collocate le scale, salirono sulle mura, ma, avvertiti dagli abitanti di Brindisi di fare attenzione ai fossati nascosti e alle trappole, si fermarono e, guidati da loro con un percorso più lungo, giunsero al porto, dove catturarono con scialuppe e barche due navi cariche di soldati che si erano avvicinate troppo alle dighe di Cesare.
[29]
Cesare, pur ritenendo estremamente vantaggioso, per concludere rapidamente la guerra, attraversare il mare con le navi disponibili e inseguire Pompeo prima che questi si rafforzasse con gli aiuti d’oltremare, temeva tuttavia il ritardo e la lunghezza del tempo necessario, poiché Pompeo, requisendo tutte le navi, gli aveva tolto la possibilità immediata di inseguirlo. Restava solo da attendere navi dalle regioni più lontane della Gallia, dal Piceno e dallo stretto; ma, per la stagione dell’anno, ciò appariva lungo e difficoltoso.
Nel frattempo Cesare non voleva che, in sua assenza, l’esercito veterano venisse consolidato, le due Spagne — di cui una era legata a Pompeo da enormi benefici — rafforzate, né che si preparassero truppe ausiliarie e cavalleria o che Gallia e Italia fossero messe alla prova.
Dati questi ordini, Cesare giunse rapidamente a Brindisi con sei legioni: veterani e le altre truppe che aveva formato con le nuove leve e completato lungo la marcia. Le coorti di Domizio, infatti, le aveva mandate subito da Corfinio in Sicilia. Trovò che i consoli erano partiti per Durazzo con gran parte dell’esercito, mentre Pompeo era rimasto a Brindisi con venti coorti. Non era possibile stabilire con certezza se vi fosse rimasto per mantenere il controllo della città — così da dominare facilmente tutto il mare Adriatico dalle estreme regioni d’Italia e dalle coste della Grecia e poter condurre la guerra su entrambe le sponde — oppure se fosse stato trattenuto dalla mancanza di navi. Temendo tuttavia che non intendesse abbandonare l’Italia, Cesare decise di bloccare le uscite e le attività del porto di Brindisi.
Il progetto delle opere era il seguente. Nei punti in cui l’imboccatura del porto era più stretta, fece costruire una diga e un terrapieno da entrambe le rive, poiché in quei tratti il mare era basso. Procedendo oltre, dove il terrapieno non poteva essere sostenuto dall’acqua più profonda, collocò in linea con la diga delle zattere doppie, larghe circa trenta piedi. Le fissò con quattro ancore, una a ciascun angolo, per impedirne lo spostamento a causa delle onde. Una volta sistemate queste, ne collegò altre della stessa dimensione; le ricoprì con terra e terrapieno, per non ostacolare l’accesso e la difesa, e le protegse sul fronte e sui lati con graticci e palizzate. Su una zattera ogni quattro innalzò una torre a due piani, per potersi difendere più agevolmente dagli attacchi delle navi e dagli incendi.
[26]
In risposta a queste opere, Pompeo allestiva grandi navi da carico che aveva trovato nel porto di Brindisi. Su di esse erigeva torri a tre piani e, caricate di numerose macchine da guerra e di ogni genere di armi da lancio, le spingeva contro le costruzioni di Cesare per sfondare le zattere e distruggere le opere. Così ogni giorno si combatteva a distanza da entrambe le parti con fionde, frecce e altri proiettili.
Cesare, tuttavia, conduceva queste operazioni senza rinunciare alla possibilità di una pace. E benché fosse molto sorpreso che Magio, che aveva inviato a Pompeo con messaggi, non fosse rimandato indietro — cosa che era stata tentata più volte e che rallentava le sue iniziative e i suoi piani — riteneva comunque che bisognasse perseverare su quella linea. Perciò inviò come emissario Caninio Rebilo, suo legato, uomo legato da stretta amicizia e parentela a Scribonio Libone, con l’incarico di avviare un colloquio. Gli ordinò di esortare Libone a favorire la pace e, soprattutto, di chiedere che fosse lui stesso a parlare con Pompeo. Dichiarava di avere piena fiducia che, se ciò fosse stato possibile, si sarebbe potuto deporre le armi a condizioni eque, e che una parte rilevante del merito e della gloria di questo risultato sarebbe spettata a Libone, se la fine del conflitto fosse avvenuta grazie alla sua iniziativa e al suo intervento.
Libone, dopo aver parlato con Caninio, si recò da Pompeo. Poco dopo tornò la risposta: poiché i consoli erano assenti, senza di loro non era possibile trattare una composizione. Dopo aver tentato più volte invano, Cesare concluse che bisognava rinunciare a questa strada e passare alla guerra.
[27]
Quando Cesare ebbe portato a termine circa metà delle opere, dopo avervi dedicato nove giorni, tornarono a Brindisi nove navi inviate dai consoli da Durazzo, che avevano trasportato là la prima parte dell’esercito. Pompeo, sia perché colpito dall’avanzamento dei lavori di Cesare, sia perché fin dall’inizio aveva deciso di lasciare l’Italia, all’arrivo delle navi cominciò a preparare la partenza. Per rallentare il più possibile l’azione di Cesare ed evitare che, durante l’imbarco, i soldati irrompessero in città, fece chiudere le porte, murare vicoli e strade, scavare fossati trasversali lungo le vie e piantarvi pali e tronchi appuntiti. Ricoprì tutto con graticci leggeri e terra; sbarrò inoltre con grandi travi conficcate e appuntite i due accessi e le due strade che, fuori dalle mura, conducevano al porto.
Compiuti questi preparativi, ordinò ai soldati di imbarcarsi in silenzio; dispose sulle mura e sulle torri pochi uomini scelti tra i veterani richiamati, arcieri e frombolieri, e stabilì di richiamarli con un segnale convenuto quando tutte le truppe fossero salite sulle navi, lasciando per loro alcune imbarcazioni leggere pronte a partire.
[28]
Gli abitanti di Brindisi, esasperati dalle violenze dei soldati pompeiani e dagli affronti dello stesso Pompeo, erano favorevoli a Cesare. Appena seppero della partenza, mentre quelli erano occupati nei preparativi, dalla folla cominciarono a segnalare l’accaduto dai tetti. Informato di ciò, Cesare fece preparare le scale e ordinò ai soldati di armarsi, per non perdere alcuna occasione di agire.
Pompeo salpò nella notte. Le sentinelle poste sulle mura furono richiamate con il segnale convenuto e, seguendo i percorsi stabiliti, corsero verso le navi. I soldati di Cesare, collocate le scale, salirono sulle mura, ma, avvertiti dagli abitanti di Brindisi di fare attenzione ai fossati nascosti e alle trappole, si fermarono e, guidati da loro con un percorso più lungo, giunsero al porto, dove catturarono con scialuppe e barche due navi cariche di soldati che si erano avvicinate troppo alle dighe di Cesare.
[29]
Cesare, pur ritenendo estremamente vantaggioso, per concludere rapidamente la guerra, attraversare il mare con le navi disponibili e inseguire Pompeo prima che questi si rafforzasse con gli aiuti d’oltremare, temeva tuttavia il ritardo e la lunghezza del tempo necessario, poiché Pompeo, requisendo tutte le navi, gli aveva tolto la possibilità immediata di inseguirlo. Restava solo da attendere navi dalle regioni più lontane della Gallia, dal Piceno e dallo stretto; ma, per la stagione dell’anno, ciò appariva lungo e difficoltoso.
Nel frattempo Cesare non voleva che, in sua assenza, l’esercito veterano venisse consolidato, le due Spagne — di cui una era legata a Pompeo da enormi benefici — rafforzate, né che si preparassero truppe ausiliarie e cavalleria o che Gallia e Italia fossero messe alla prova.
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