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Nuova Cronica Tomo Secondo
di Giovanni Villani
Traduzione e cura di Aldo Diomedes
ISBN: 979-8289012609
Formato: Copertina flessibile 15.24 x 22.86 cm
Pagine: 469
Descrizione
Con i libri IX, X e XI della Nuova Cronica, in una nuova traduzione integrale in Italiano Moderno, finalmente accessibile e scorrevole per ogni lettore.
Questo secondo volume ci conduce nel cuore del Duecento e del Trecento fiorentino: un’epoca di gloria, di tensione, di cadute clamorose e di eventi drammatici. Si parte dall’anno 1264, con la presa di potere del partito guelfo, e si arriva al 1333, con l’alluvione dell’Arno che devasta Firenze.
Tra le pagine incontriamo:
Le feroci lotte tra guelfi neri e bianchi
L’esilio di Dante Alighieri
La discesa in Italia dell’imperatore Arrigo VII
La crisi delle grandi banche fiorentine (Peruzzi, Bardi)
Il disastro dell’alluvione del 1333, che segna la fine simbolica di un’epoca
In questo tomo, Villani diventa testimone diretto degli eventi. La sua voce è quella di un cronista rigoroso e al tempo stesso profondamente umano, che osserva la grandezza e le miserie della sua città , annotando ogni battaglia, ogni decreto, ogni catastrofe, ma anche le feste, le costruzioni, i commerci.
Una cronaca medievale che si legge come un romanzo storico.
Un documento civile che parla ancora al presente.
Ideale per appassionati di storia, studiosi del Medioevo e amanti di Firenze.
Questo secondo volume ci conduce nel cuore del Duecento e del Trecento fiorentino: un’epoca di gloria, di tensione, di cadute clamorose e di eventi drammatici. Si parte dall’anno 1264, con la presa di potere del partito guelfo, e si arriva al 1333, con l’alluvione dell’Arno che devasta Firenze.
Tra le pagine incontriamo:
Le feroci lotte tra guelfi neri e bianchi
L’esilio di Dante Alighieri
La discesa in Italia dell’imperatore Arrigo VII
La crisi delle grandi banche fiorentine (Peruzzi, Bardi)
Il disastro dell’alluvione del 1333, che segna la fine simbolica di un’epoca
In questo tomo, Villani diventa testimone diretto degli eventi. La sua voce è quella di un cronista rigoroso e al tempo stesso profondamente umano, che osserva la grandezza e le miserie della sua città , annotando ogni battaglia, ogni decreto, ogni catastrofe, ma anche le feste, le costruzioni, i commerci.
Una cronaca medievale che si legge come un romanzo storico.
Un documento civile che parla ancora al presente.
Ideale per appassionati di storia, studiosi del Medioevo e amanti di Firenze.
đź“– Leggi alcune pagine (Anteprima)
Capitolo LIV
Federico di Sicilia arriva a Pisa per mare
Federico di Sicilia, che era in mare con la sua flotta, come già detto, e si era unito ai genovesi, sentendo della morte dell’imperatore, volle recarsi a Pisa per vederlo, non avendo potuto incontrarlo in vita.
I pisani, temendo i guelfi toscani e il re Roberto, vollero offrirgli la signoria della città . Ma Federico, per declinare, pretese condizioni tanto onerose da risultare inaccettabili. Tuttavia, si credette che anche se gliele avessero concesse, non avrebbe lasciato la Sicilia per governare Pisa. Così, senza fermarsi troppo, tornò in Sicilia.
I pisani, rimasti molto delusi e impauriti, cercarono altri signori: il conte di Savoia e messer Arrigo di Fiandra, ma nessuno accettò. Tutti i capi e i baroni dell’imperatore si ritirarono nei propri paesi.
Alcuni cavalieri tedeschi, brabantini e fiamminghi, circa mille a cavallo, rimasero al soldo dei pisani. Non potendo trovare altro capitano, i pisani elessero Uguccione della Faggiola di Massa Trabaria, che era stato vicario imperiale a Genova. Egli giunse a Pisa, assunse la signoria e, con l’appoggio dei cavalieri tedeschi rimasti, compì in Toscana imprese di grande rilievo, come si dirà in seguito.
Capitolo LV
Sconfitta del conte Filippone di Pavia a Piacenza
Nell’anno 1313, nel mese di agosto, il conte Filippone di Pavia, alla guida della parte guelfa, marciò contro Piacenza, che era tenuta da messer Galeazzo Visconti. Fu però sconfitto e fatto prigioniero.
Capitolo LVI
I fiorentini affidano la signoria della cittĂ al re Roberto per cinque anni
Nello stesso anno 1313, mentre l’imperatore era ancora in vita, i fiorentini, ritenendo di trovarsi in una situazione difficile – sia per la pressione dell’imperatore e dei fuorusciti [i fiorentini ghibellini esiliati], sia per le divisioni interne causate dalla lotta per il potere – decisero di sottomettersi al re Roberto per cinque anni, e poi rinnovarono l’accordo per altri tre. Così il re Roberto ebbe la signoria di Firenze per otto anni, mandandovi ogni sei mesi un suo vicario. Il primo fu messer Giacomo di Cantelmo, provenzale, che giunse a Firenze nel giugno del 1313.
Allo stesso modo si comportarono i lucchesi, i pistoiesi e i pratesi, sottomettendosi alla signoria del re Roberto. E in veritĂ questo fu lo scampo per i fiorentini: per le profonde divisioni tra i guelfi, se non fosse intervenuto il potere mediatore del re, si sarebbero rovinati a vicenda, finendo per distruggersi internamente ed esiliare una delle fazioni.
Capitolo LVII
Gli Spinola vengono cacciati da Genova
Nell’anno 1313, nei mesi di febbraio e marzo, dopo la morte dell’imperatore e la partenza di Uguccione della Faggiola da Genova, i ghibellini genovesi entrarono in conflitto tra loro per rivalità legate agli incarichi e alla signoria della città . I Doria, che erano potenti, e gli Spinola, altrettanto, volevano entrambi primeggiare. Da ciò nacque una guerra civile che durò venti giorni, molto cruenta: tutta la città si divise, una parte a favore dei Doria, l’altra con gli Spinola. In quella lotta molti morirono da entrambe le parti.
Alla fine, durante i combattimenti, fu appiccato il fuoco e bruciarono oltre trecento case nella parte migliore della città . Colpiti da tale devastazione, gli Spinola non furono tanto cacciati con la forza, quanto costretti dalla rabbia e dalla vergogna ad abbandonare la città e ritirarsi a Bazalla [Bazzano, località fortificata]. La città rimase così sotto il controllo dei Doria e dei Grimaldi, che erano loro alleati, e fu istituito un governo popolare, che durò diversi anni.
Capitolo LVIII
Uguccione, signore di Pisa, attacca Lucca costringendola a una pace forzata
Nel 1313, mentre Uguccione della Faggiola era signore di Pisa dopo la morte dell’imperatore, con l’appoggio dei mercenari tedeschi, non rimase inoperoso: anzi, prima ancora che gli fosse dichiarata guerra, assalì con vigore i lucchesi e i samminiatesi, attaccandoli frequentemente fin sotto le mura, incendiando e devastando.
In più occasioni i lucchesi subirono gravi perdite, perché le loro divisioni interne tra guelfi – nati da invidie e rivalità per il potere – li indebolivano, impedendo loro di mantenere la coesione e il coraggio di un tempo. Così, con cavallerie e soldati in calo, i fiorentini dovevano sobbarcarsi tutto il peso della difesa, spesso accorrendo con truppe e popolani in soccorso di Lucca.
Ma Uguccione, approfittando della sua vicinanza, colpiva subito dopo la partenza dei fiorentini, infliggendo danni notevoli. A causa delle divisioni interne, capeggiate da messer Luti degli Obizzi da un lato e messer Arrigo Berarducci dall’altro, i lucchesi conclusero una pace forzata con i pisani, contro il volere dei fiorentini. Restituirono così Ripafratta e altri castelli che un tempo avevano tolto ai pisani, e reintegrarono a Lucca la famiglia degli Interminelli e i loro seguaci. I fiorentini ne furono molto irritati e scontenti.
Federico di Sicilia arriva a Pisa per mare
Federico di Sicilia, che era in mare con la sua flotta, come già detto, e si era unito ai genovesi, sentendo della morte dell’imperatore, volle recarsi a Pisa per vederlo, non avendo potuto incontrarlo in vita.
I pisani, temendo i guelfi toscani e il re Roberto, vollero offrirgli la signoria della città . Ma Federico, per declinare, pretese condizioni tanto onerose da risultare inaccettabili. Tuttavia, si credette che anche se gliele avessero concesse, non avrebbe lasciato la Sicilia per governare Pisa. Così, senza fermarsi troppo, tornò in Sicilia.
I pisani, rimasti molto delusi e impauriti, cercarono altri signori: il conte di Savoia e messer Arrigo di Fiandra, ma nessuno accettò. Tutti i capi e i baroni dell’imperatore si ritirarono nei propri paesi.
Alcuni cavalieri tedeschi, brabantini e fiamminghi, circa mille a cavallo, rimasero al soldo dei pisani. Non potendo trovare altro capitano, i pisani elessero Uguccione della Faggiola di Massa Trabaria, che era stato vicario imperiale a Genova. Egli giunse a Pisa, assunse la signoria e, con l’appoggio dei cavalieri tedeschi rimasti, compì in Toscana imprese di grande rilievo, come si dirà in seguito.
Capitolo LV
Sconfitta del conte Filippone di Pavia a Piacenza
Nell’anno 1313, nel mese di agosto, il conte Filippone di Pavia, alla guida della parte guelfa, marciò contro Piacenza, che era tenuta da messer Galeazzo Visconti. Fu però sconfitto e fatto prigioniero.
Capitolo LVI
I fiorentini affidano la signoria della cittĂ al re Roberto per cinque anni
Nello stesso anno 1313, mentre l’imperatore era ancora in vita, i fiorentini, ritenendo di trovarsi in una situazione difficile – sia per la pressione dell’imperatore e dei fuorusciti [i fiorentini ghibellini esiliati], sia per le divisioni interne causate dalla lotta per il potere – decisero di sottomettersi al re Roberto per cinque anni, e poi rinnovarono l’accordo per altri tre. Così il re Roberto ebbe la signoria di Firenze per otto anni, mandandovi ogni sei mesi un suo vicario. Il primo fu messer Giacomo di Cantelmo, provenzale, che giunse a Firenze nel giugno del 1313.
Allo stesso modo si comportarono i lucchesi, i pistoiesi e i pratesi, sottomettendosi alla signoria del re Roberto. E in veritĂ questo fu lo scampo per i fiorentini: per le profonde divisioni tra i guelfi, se non fosse intervenuto il potere mediatore del re, si sarebbero rovinati a vicenda, finendo per distruggersi internamente ed esiliare una delle fazioni.
Capitolo LVII
Gli Spinola vengono cacciati da Genova
Nell’anno 1313, nei mesi di febbraio e marzo, dopo la morte dell’imperatore e la partenza di Uguccione della Faggiola da Genova, i ghibellini genovesi entrarono in conflitto tra loro per rivalità legate agli incarichi e alla signoria della città . I Doria, che erano potenti, e gli Spinola, altrettanto, volevano entrambi primeggiare. Da ciò nacque una guerra civile che durò venti giorni, molto cruenta: tutta la città si divise, una parte a favore dei Doria, l’altra con gli Spinola. In quella lotta molti morirono da entrambe le parti.
Alla fine, durante i combattimenti, fu appiccato il fuoco e bruciarono oltre trecento case nella parte migliore della città . Colpiti da tale devastazione, gli Spinola non furono tanto cacciati con la forza, quanto costretti dalla rabbia e dalla vergogna ad abbandonare la città e ritirarsi a Bazalla [Bazzano, località fortificata]. La città rimase così sotto il controllo dei Doria e dei Grimaldi, che erano loro alleati, e fu istituito un governo popolare, che durò diversi anni.
Capitolo LVIII
Uguccione, signore di Pisa, attacca Lucca costringendola a una pace forzata
Nel 1313, mentre Uguccione della Faggiola era signore di Pisa dopo la morte dell’imperatore, con l’appoggio dei mercenari tedeschi, non rimase inoperoso: anzi, prima ancora che gli fosse dichiarata guerra, assalì con vigore i lucchesi e i samminiatesi, attaccandoli frequentemente fin sotto le mura, incendiando e devastando.
In più occasioni i lucchesi subirono gravi perdite, perché le loro divisioni interne tra guelfi – nati da invidie e rivalità per il potere – li indebolivano, impedendo loro di mantenere la coesione e il coraggio di un tempo. Così, con cavallerie e soldati in calo, i fiorentini dovevano sobbarcarsi tutto il peso della difesa, spesso accorrendo con truppe e popolani in soccorso di Lucca.
Ma Uguccione, approfittando della sua vicinanza, colpiva subito dopo la partenza dei fiorentini, infliggendo danni notevoli. A causa delle divisioni interne, capeggiate da messer Luti degli Obizzi da un lato e messer Arrigo Berarducci dall’altro, i lucchesi conclusero una pace forzata con i pisani, contro il volere dei fiorentini. Restituirono così Ripafratta e altri castelli che un tempo avevano tolto ai pisani, e reintegrarono a Lucca la famiglia degli Interminelli e i loro seguaci. I fiorentini ne furono molto irritati e scontenti.
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