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La Storia dei Normanni e la cronaca di Roberto il Guiscardo
di Amato di Montecassino
Traduzione e cura di Aldo Diomedes
ISBN: 979-8290187860
Formato: Copertina flessibile 15.24 x 22.86 cm
Pagine: 296
Descrizione
L'epopea dei Normanni come non è mai stata raccontata: direttamente dalla penna di un testimone dell'XI secolo.
Prima che i regni e gli imperi tremassero al loro nome, erano solo un piccolo gruppo di cavalieri in cerca di fortuna. Figli cadetti di una nobiltà minore, partirono dalla Normandia senza terre né ricchezze, e giunsero come mercenari in un Sud Italia che era un mosaico di poteri in guerra: principati longobardi, domini bizantini ed emirati saraceni. In meno di un secolo, con una miscela esplosiva di audacia militare, astuzia politica e feroce determinazione, divennero i padroni assoluti di quelle terre, fondando un regno che avrebbe cambiato la storia del Mediterraneo.
La Storia dei Normanni, scritta dal monaco Amato di Montecassino intorno al 1080, è la prima, più importante e più appassionante cronaca di questa incredibile avventura. Non è un resoconto imparziale, ma un racconto partigiano, scritto dal cuore del potere, l'Abbazia di Montecassino, per celebrare le gesta dei suoi nuovi protettori. Amato narra l'ascesa di eroi leggendari come Roberto il Guiscardo, "l'Astuto", il geniale condottiero capace di trasformarsi da brigante a duca, e di suo fratello Ruggero, il tenace conquistatore della Sicilia. Le loro vittorie sono presentate come miracoli, le loro ambizioni come il compimento di un piano divino, e la loro conquista come una missione per portare ordine e giustizia in una terra lacerata dal peccato.
Questa nuova edizione offre per la prima volta al lettore italiano una traduzione integrale del testo, non dall'originale latino perduto, ma dalla preziosa e rara versione in francese antico del XIII secolo che ce l'ha tramandata. Il risultato è un racconto dal sapore unico, a metà tra la cronaca storica e la chanson de geste. La traduzione, in un italiano moderno e narrativo, è arricchita da un continuo apparato di note a margine che agiscono come una guida indispensabile. Ogni nota chiarisce un personaggio, spiega un contesto, decodifica un'allusione e svela le sottili strategie propagandistiche dell'autore.
Un libro fondamentale per riscoprire le radici del Sud Italia e per rivivere, attraverso gli occhi di un suo contemporaneo, una delle più straordinarie e sanguinose saghe della storia europea.
Edizione integrale e commentata, pensata per una lettura fluida e appassionante.
Include un saggio introduttivo che fornisce tutte le chiavi storiche e critiche per comprendere l'opera.
Ideale per tutti gli appassionati di storia medievale, di biografie di grandi condottieri, e delle epiche che hanno forgiato l'Europa.
Prima che i regni e gli imperi tremassero al loro nome, erano solo un piccolo gruppo di cavalieri in cerca di fortuna. Figli cadetti di una nobiltà minore, partirono dalla Normandia senza terre né ricchezze, e giunsero come mercenari in un Sud Italia che era un mosaico di poteri in guerra: principati longobardi, domini bizantini ed emirati saraceni. In meno di un secolo, con una miscela esplosiva di audacia militare, astuzia politica e feroce determinazione, divennero i padroni assoluti di quelle terre, fondando un regno che avrebbe cambiato la storia del Mediterraneo.
La Storia dei Normanni, scritta dal monaco Amato di Montecassino intorno al 1080, è la prima, più importante e più appassionante cronaca di questa incredibile avventura. Non è un resoconto imparziale, ma un racconto partigiano, scritto dal cuore del potere, l'Abbazia di Montecassino, per celebrare le gesta dei suoi nuovi protettori. Amato narra l'ascesa di eroi leggendari come Roberto il Guiscardo, "l'Astuto", il geniale condottiero capace di trasformarsi da brigante a duca, e di suo fratello Ruggero, il tenace conquistatore della Sicilia. Le loro vittorie sono presentate come miracoli, le loro ambizioni come il compimento di un piano divino, e la loro conquista come una missione per portare ordine e giustizia in una terra lacerata dal peccato.
Questa nuova edizione offre per la prima volta al lettore italiano una traduzione integrale del testo, non dall'originale latino perduto, ma dalla preziosa e rara versione in francese antico del XIII secolo che ce l'ha tramandata. Il risultato è un racconto dal sapore unico, a metà tra la cronaca storica e la chanson de geste. La traduzione, in un italiano moderno e narrativo, è arricchita da un continuo apparato di note a margine che agiscono come una guida indispensabile. Ogni nota chiarisce un personaggio, spiega un contesto, decodifica un'allusione e svela le sottili strategie propagandistiche dell'autore.
Un libro fondamentale per riscoprire le radici del Sud Italia e per rivivere, attraverso gli occhi di un suo contemporaneo, una delle più straordinarie e sanguinose saghe della storia europea.
Edizione integrale e commentata, pensata per una lettura fluida e appassionante.
Include un saggio introduttivo che fornisce tutte le chiavi storiche e critiche per comprendere l'opera.
Ideale per tutti gli appassionati di storia medievale, di biografie di grandi condottieri, e delle epiche che hanno forgiato l'Europa.
📖 Leggi alcune pagine (Anteprima)
CAPITOLO XVIII.
E così, quando costoro si furono riuniti, si prepararono a ispezionare la città e a provare quanto fossero audaci coloro che si trovavano al suo interno. E dopo che i Saraceni che erano in alto mare per sorvegliare e le guardie di terra videro i muli di Caito e dei suoi cavalieri [tornare senza di loro] e seppero che era stato ucciso, con grande paura cercarono di fuggire. Presero diverse vie per proteggersi dalle armi dei Normanni.
Alcuni fuggirono per mare, altri lungo la riva, senza tenere una via precisa tra valli e monti, e fuggivano di nascosto attraverso i boschi. E i Normanni entrarono sicuri nella città e si divisero tra loro le mogli, i figli, i servitori, i beni e tutto ciò che trovarono di coloro che erano fuggiti. E fecero sapere al famosissimo duca Roberto come avevano preso la città e la vittoria che da Dio avevano ricevuto per mezzo di Goffredo Ridel. Lo pregarono di venire a prendere la città che avevano conquistato. E quando il duca Roberto seppe che Messina era stata presa, rese grazie a Dio onnipotente, dal quale procede ogni vittoria e trionfo.
E sebbene il suo cuore fosse molto gioioso e allegro, tuttavia aveva in memoria il beneficio celestiale, e tutta la virtù e il trionfo che aveva, li attribuiva a Dio e non al proprio valore. E comandò a tutti i Normanni di andare e testimoniare che questa battaglia procedeva da Dio, il quale, ai pochi cavalieri che aveva mandato, aveva dato la virtù di compiere un'impresa valorosa e aveva concesso la città dalla quale avrebbero potuto sconvolgere tutti i pagani.
CAPITOLO XIX.
Allora comandò che diversi tipi di navi e di marinai venissero alla sua presenza. E i Normanni, gioiosi e lieti, salirono sulle navi. E per la gran voglia che avevano di andare, i servitori non portavano onore ai loro signori lasciandoli passare avanti, né i signori attendevano i loro servitori. E i cavalieri e i fanti entrarono nel mare, che era pacifico e bello, e subito lo attraversarono e andarono al porto di Messina. Si unirono ai cavalieri che prima avevano preso la città.
E dopo di ciò, andò il gloriosissimo duca Roberto, e osservò le fortezze della città, gli edifici, le mura, le case e la posizione e disposizione della riva. E poiché la città era vuota degli uomini che vi abitavano prima, la riempì con i suoi cavalieri e la fortificò per sé con grandi opere di difesa.
CAPITOLO XX.
E poi contò i cavalieri e i fanti, e trovò che erano tanto i cavalieri quanto i fanti, cioè mille [di ciascuno]. Ma poiché si deve confidare più in Dio che nella moltitudine, con quella poca gente che aveva cominciò a cavalcare, attendendo continuamente gli uomini di [Ibn al-Timnah]. E venne a una città che si chiama Rametta. E il suo avvento non faceva paura soltanto ai vicini, ma anche a coloro che erano lontani. Perciò il Caite [capo] di quella città, per paura, gli si gettò alle ginocchia, gli chiese la pace, gli diede presenti come tributo e si obbligò a essere interamente al suo comando.
CAPITOLO XXI.
E poi il duca se ne andò a Falsò, sulla cima del grande e minaccioso monte di Gibel [Mongibello, l'Etna], e comandò di piantare lì i padiglioni. Rimase là per alcuni giorni, e il popolo cristiano che si trovava nei dintorni venne da lui con doni e con vettovaglie, e a questi egli concesse e diede sicurezza. E poi diede battaglia a una città che si chiamava Centuripe, che era vicina. E poiché quella città aveva alte mura e profondissimi fossati, non la poté vincere.
CAPITOLO XXII.
E per la fama di questo gloriosissimo signore, coloro che abitavano nelle città fuggivano davanti al suo volto e si scioglievano come cera davanti al fuoco. A tal punto che due grandi città, cioè Paternò ed Aci [Emmellesio], furono trovate vuote, senza alcun uomo. E Ibn al-Timnah, di cui abbiamo detto che era stato cacciato dalla Sicilia da Ibn al-Hawas, era il governatore di tutto l'esercito e il condottiero.
CAPITOLO XXIII.
E poi giunsero a un'alta città che si chiamava Castrogiovanni, e là si aspettavano una battaglia dall'esito incerto per quattro giorni, perché tutti coloro che erano fuggiti dalle altre città e castelli si erano rinchiusi in quella città. E alla fine Ibn al-Hawas [Balchaot], che era il più forte e il più saggio in battaglia, con altri ufficiali che si chiamavano Cayci, uscirono fuori, accompagnati da quindicimila cavalieri e centomila fanti. — Un'altra Ystoire¹ non riporta che i pagani fossero più di quindicimila, ma forse non fa menzione dei fanti; e i cristiani erano soltanto settecento. — E quando il magnifico duca vide questa gente, lui che non aveva che mille cavalieri e mille fanti e non di più, senza paura volle andare contro di loro e confortò i suoi con queste parole: «La nostra speranza è riposta più in Dio che nella grande moltitudine di combattenti. Non abbiate paura, perché abbiamo Gesù Cristo con noi, il quale disse: "Se avrete fede quanto un granello di senape, e direte a questo monte di spostarsi, esso si sposterà". La fermezza della nostra fede ha il calore dello Spirito Santo, perché nel nome della Santa Trinità noi scacceremo questa montagna, non di pietre o di terra, ma della sporcizia dell'eresia e della perversità.
Dunque, purghiamo i nostri peccati con la confessione e la penitenza, riceviamo il corpo e il sangue di Cristo e prepariamo le nostre armi, perché Dio è potente da dare a noi, poca gente e fedele, la vittoria sulla moltitudine degli infedeli».
E così fu fatto. Si fecero il segno della croce, levarono il gonfalone e cominciarono a combattere. Ma Dio combatte per l'esercito dei Normanni cristiani, perché li salvò, e confundé e distrusse gli infedeli. E i pagani furono messi in fuga, e [Dio] diede coraggio ai cristiani di perseguitarli. E fu una cosa meravigliosa e che mai si era udita, perché nessuno dei cavalieri né dei fanti fu ucciso o ferito.
E così, quando costoro si furono riuniti, si prepararono a ispezionare la città e a provare quanto fossero audaci coloro che si trovavano al suo interno. E dopo che i Saraceni che erano in alto mare per sorvegliare e le guardie di terra videro i muli di Caito e dei suoi cavalieri [tornare senza di loro] e seppero che era stato ucciso, con grande paura cercarono di fuggire. Presero diverse vie per proteggersi dalle armi dei Normanni.
Alcuni fuggirono per mare, altri lungo la riva, senza tenere una via precisa tra valli e monti, e fuggivano di nascosto attraverso i boschi. E i Normanni entrarono sicuri nella città e si divisero tra loro le mogli, i figli, i servitori, i beni e tutto ciò che trovarono di coloro che erano fuggiti. E fecero sapere al famosissimo duca Roberto come avevano preso la città e la vittoria che da Dio avevano ricevuto per mezzo di Goffredo Ridel. Lo pregarono di venire a prendere la città che avevano conquistato. E quando il duca Roberto seppe che Messina era stata presa, rese grazie a Dio onnipotente, dal quale procede ogni vittoria e trionfo.
E sebbene il suo cuore fosse molto gioioso e allegro, tuttavia aveva in memoria il beneficio celestiale, e tutta la virtù e il trionfo che aveva, li attribuiva a Dio e non al proprio valore. E comandò a tutti i Normanni di andare e testimoniare che questa battaglia procedeva da Dio, il quale, ai pochi cavalieri che aveva mandato, aveva dato la virtù di compiere un'impresa valorosa e aveva concesso la città dalla quale avrebbero potuto sconvolgere tutti i pagani.
CAPITOLO XIX.
Allora comandò che diversi tipi di navi e di marinai venissero alla sua presenza. E i Normanni, gioiosi e lieti, salirono sulle navi. E per la gran voglia che avevano di andare, i servitori non portavano onore ai loro signori lasciandoli passare avanti, né i signori attendevano i loro servitori. E i cavalieri e i fanti entrarono nel mare, che era pacifico e bello, e subito lo attraversarono e andarono al porto di Messina. Si unirono ai cavalieri che prima avevano preso la città.
E dopo di ciò, andò il gloriosissimo duca Roberto, e osservò le fortezze della città, gli edifici, le mura, le case e la posizione e disposizione della riva. E poiché la città era vuota degli uomini che vi abitavano prima, la riempì con i suoi cavalieri e la fortificò per sé con grandi opere di difesa.
CAPITOLO XX.
E poi contò i cavalieri e i fanti, e trovò che erano tanto i cavalieri quanto i fanti, cioè mille [di ciascuno]. Ma poiché si deve confidare più in Dio che nella moltitudine, con quella poca gente che aveva cominciò a cavalcare, attendendo continuamente gli uomini di [Ibn al-Timnah]. E venne a una città che si chiama Rametta. E il suo avvento non faceva paura soltanto ai vicini, ma anche a coloro che erano lontani. Perciò il Caite [capo] di quella città, per paura, gli si gettò alle ginocchia, gli chiese la pace, gli diede presenti come tributo e si obbligò a essere interamente al suo comando.
CAPITOLO XXI.
E poi il duca se ne andò a Falsò, sulla cima del grande e minaccioso monte di Gibel [Mongibello, l'Etna], e comandò di piantare lì i padiglioni. Rimase là per alcuni giorni, e il popolo cristiano che si trovava nei dintorni venne da lui con doni e con vettovaglie, e a questi egli concesse e diede sicurezza. E poi diede battaglia a una città che si chiamava Centuripe, che era vicina. E poiché quella città aveva alte mura e profondissimi fossati, non la poté vincere.
CAPITOLO XXII.
E per la fama di questo gloriosissimo signore, coloro che abitavano nelle città fuggivano davanti al suo volto e si scioglievano come cera davanti al fuoco. A tal punto che due grandi città, cioè Paternò ed Aci [Emmellesio], furono trovate vuote, senza alcun uomo. E Ibn al-Timnah, di cui abbiamo detto che era stato cacciato dalla Sicilia da Ibn al-Hawas, era il governatore di tutto l'esercito e il condottiero.
CAPITOLO XXIII.
E poi giunsero a un'alta città che si chiamava Castrogiovanni, e là si aspettavano una battaglia dall'esito incerto per quattro giorni, perché tutti coloro che erano fuggiti dalle altre città e castelli si erano rinchiusi in quella città. E alla fine Ibn al-Hawas [Balchaot], che era il più forte e il più saggio in battaglia, con altri ufficiali che si chiamavano Cayci, uscirono fuori, accompagnati da quindicimila cavalieri e centomila fanti. — Un'altra Ystoire¹ non riporta che i pagani fossero più di quindicimila, ma forse non fa menzione dei fanti; e i cristiani erano soltanto settecento. — E quando il magnifico duca vide questa gente, lui che non aveva che mille cavalieri e mille fanti e non di più, senza paura volle andare contro di loro e confortò i suoi con queste parole: «La nostra speranza è riposta più in Dio che nella grande moltitudine di combattenti. Non abbiate paura, perché abbiamo Gesù Cristo con noi, il quale disse: "Se avrete fede quanto un granello di senape, e direte a questo monte di spostarsi, esso si sposterà". La fermezza della nostra fede ha il calore dello Spirito Santo, perché nel nome della Santa Trinità noi scacceremo questa montagna, non di pietre o di terra, ma della sporcizia dell'eresia e della perversità.
Dunque, purghiamo i nostri peccati con la confessione e la penitenza, riceviamo il corpo e il sangue di Cristo e prepariamo le nostre armi, perché Dio è potente da dare a noi, poca gente e fedele, la vittoria sulla moltitudine degli infedeli».
E così fu fatto. Si fecero il segno della croce, levarono il gonfalone e cominciarono a combattere. Ma Dio combatte per l'esercito dei Normanni cristiani, perché li salvò, e confundé e distrusse gli infedeli. E i pagani furono messi in fuga, e [Dio] diede coraggio ai cristiani di perseguitarli. E fu una cosa meravigliosa e che mai si era udita, perché nessuno dei cavalieri né dei fanti fu ucciso o ferito.
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