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L’Ottomano

di Lazzaro Soranzo
Traduzione e cura di Aldo Diomedes

ISBN: 979-8175404235 Formato: Copertina flessibile 15.24 x 22.86 cm Pagine: 236

Descrizione

Un trattato veneziano del 1598 svela dall'interno la macchina da guerra più temuta della storia.
Chi erano davvero i Giannizzeri? Come funzionava il sistema feudale dei Timar? Quanto valeva un aspro rispetto a uno zecchino? Quali erano le paure segrete del sultano Mehmed III? Quali rotte seguivano i tartari per raggiungere il fronte ungherese? E soprattutto: come si poteva sconfiggere l'Impero Ottomano?

A queste domande risponde L'Ottomano, il trattato che Lazzaro Soranzo — veneziano, figlio di un caduto di Lepanto, nipote di un ambasciatore alla corte del Gran Signore — dedicò a Papa Clemente VIII nel 1598, nel pieno della Lunga Guerra Turca. Un'opera monumentale in 120 capitoli, rubata, mutilata e fatta circolare senza il consenso dell'autore, che qui viene presentata per la prima volta in italiano moderno e accessibile.

Cosa troverete in questo libro:
Un'analisi spietata e dettagliata del sultano Mehmed III, dei suoi generali (Sinan Cigala, Ferhad, Hafiz Ahmed) e delle loro rivalità mortali
La descrizione completa dell'esercito ottomano: Sipahi, Giannizzeri, Akıncı, tartari di Crimea, circassi, corsari barbareschi
Il sistema monetario, i tributi, le risorse economiche e le debolezze logistiche dell'Impero
Le otto proposte di guerra discusse nel Divano imperiale: dalla Persia alla Spagna, da Malta all'Italia
L'origine della guerra in Ungheria, la battaglia di Eger, le paure del sultano
Le strategie concrete per sconfiggere l'Impero Ottomano: dove attaccare, con quali forze, seguendo quali rotte
Perché leggere questo libro oggi:
Non è un romanzo. Non è una rielaborazione moderna. È la voce diretta di un uomo che conosceva il nemico dall'interno, che raccoglieva testimonianze oculari, che correggeva gli errori degli storici suoi contemporanei (Giovio, Guicciardini, Botero) e che scriveva con un solo scopo: fornire ai principi cristiani le informazioni necessarie per vincere.
Un documento storico di prima mano, prezioso per chi studia l'Impero Ottomano, la storia militare del Cinquecento, la Repubblica di Venezia, le guerre di confine nei Balcani e le relazioni tra Europa cristiana e mondo islamico.

Edizione a cura di Aldo Diomedes, con prefazione, glossario dei termini turchi, arabi e persiani, indice dei nomi propri, indice dei luoghi, cronologia essenziale, tavola delle monete e delle misure, bibliografia delle fonti e nota sull'autore e sulla vicenda del manoscritto.
📖 Leggi alcune pagine (Anteprima)
Capitolo 50
Mentre egli si godeva questa pace (una condizione per lui congeniale, essendo uno studioso e un uomo malinconico), i suoi Vizir lo spinsero a riprendere le ostilità. Costoro sono i consiglieri di guerra e di Stato. La loro assemblea viene chiamata dai turchi Divano, come si è detto in precedenza. Non si usa il termine Kapı (cioè "la Porta"), che indica più propriamente la Corte. In questo, come in molte altre cose, i turchi imitano gli antichi persiani, i quali, come si legge in Senofonte, usavano la medesima espressione per designare la corte regale. I consiglieri, dunque, lo esortarono a rinnovare la guerra adducendo questi motivi:
I grandi imperi non possono mantenersi senza l'uso delle armi. Finché la Repubblica Romana combatté contro i cartaginesi e gli imperatori romani fecero la guerra in Germania, l'Impero prosperò. Questa era stata anche la politica dei precedenti sovrani ottomani. Per loro (a differenza dei sovrani cristiani e di quelli deboli, per i quali il fine della guerra è il raggiungimento della pace) la guerra rappresentava il fine supremo. Attraverso di essa, i turchi non si erano limitati ad ampliare l'Impero fino all'attuale grandezza. Avevano anche tenuto occupati i sudditi, distogliendoli dalle rivolte interne, che solitamente nascono e si alimentano nei periodi di ozio.
In sintesi, la pace avrebbe portato a gravi conseguenze. Alcuni sudditi si sarebbero infiacchiti. Altri si sarebbero dedicati con troppa avidità ai commerci. Altri ancora si sarebbero dati al brigantaggio. Se il sovrano avesse evitato la guerra ancora a lungo, la milizia marittima (già abbandonata da tempo) e quella terrestre sarebbero inevitabilmente andate in rovina. Di conseguenza, sarebbero venuti a mancare comandanti e soldati coraggiosi e valorosi, poiché solo la pratica bellica tempra il coraggio e infonde ardimento. È un fatto certo che le conquiste si conservano impiegando gli stessi mezzi utilizzati per ottenerle.

Capitolo 51
I Pascià caldeggiavano la guerra per interesse personale. Spiccavano tra loro i rivali Sinan e Ferhad. Senza un conflitto in corso, non godevano di grande prestigio e non potevano arricchirsi per soddisfare la tipica ingordigia dei barbari. A questi si aggiungevano le pressioni degli ambasciatori di Francia e d'Inghilterra e del principe del Gilan. Tutti costoro cercavano di persuaderlo a combattere per motivi che spiegherò a tempo debito.
Murad non si decideva. Non perché fosse contrario alla guerra in sé, ma perché non capiva contro quale sovrano gli convenisse maggiormente muovere le armi. La sua indecisione era aggravata dai pareri discordanti degli stessi Vizir.
Poiché queste opinioni coinvolgevano i principali interessi mondiali, e in particolare quelli della cristianità, ho ritenuto opportuno riportarle in sintesi, seguendo l'esempio degli storici. Esporrò queste argomentazioni con l'ordine e la chiarezza consentiti dai resoconti originari e dalla ruvidezza di quella lingua barbara. Credo che questo resoconto risulterà gradito ai lettori interessati. In questo modo fornirò notizie più precise sulle questioni ottomane. Avvertirò inoltre i nostri principi sui disegni di quel tiranno. Lo scopo non è solo permettere loro di preparare le difese in tempo, ma anche spingerli a unirsi prontamente e con coraggio per sconfiggerlo in via definitiva. Affronterò questo tema più ampiamente nella terza parte, dimostrando la fallacia dei pareri espressi dai consiglieri.
Vennero formulate otto diverse proposte:
La prima suggeriva di riprendere la guerra contro i persiani a ogni costo. La seconda proponeva di attaccare il Re di Fez e del Marocco. La terza mirava al Re di Spagna. La quarta puntava all'isola di Malta. La quinta consigliava di attaccare la Repubblica di Venezia. La sesta suggeriva un'invasione dell'Italia. La settima indicava la Polonia. L'ottava, infine, puntava contro l'Imperatore.

Capitolo 52
Ecco le argomentazioni a sostegno delle varie proposte. Riguardo alla ripresa delle ostilità contro la Persia (regno che i turchi chiamano Azemia), i consiglieri sottolineavano un pericolo costante. Se il re persiano avesse visto il sovrano ottomano impegnato in altre campagne militari, avrebbe sicuramente rotto la pace. Lo avrebbe fatto sia per recuperare i territori perduti con disonore, sia per vendicare in un colpo solo tutte le antiche offese subite dai sultani ottomani. I principi cristiani, e in particolare il Re di Spagna, lo avrebbero incitato e sostenuto. La Spagna, infatti, avrebbe potuto facilmente inviargli aiuti attraverso la via delle Indie, fornendo ingegneri, artiglieri e altro supporto logistico, come aveva già fatto in passato.
I consiglieri facevano inoltre notare che i territori conquistati non erano ancora ben consolidati. Le fortezze erano di recente costruzione e i nuovi abitanti vivevano in costante pericolo, troppo lontani per ricevere soccorsi tempestivi. Anche se i persiani si fossero limitati a razziare le campagne, i nuovi coloni si sarebbero dovuti arrendere per non morire di fame. La vera gloria, sostenevano, non risiede nel conquistare, ma nel consolidare la vittoria.
Ammonivano infine Murad a non offendere Maometto. Avendo riportato contro i nemici della sua fede vittorie superiori a quelle di tutti i suoi predecessori, il sultano (in quanto principe pio e riconoscente) aveva il dovere di non tralasciare la vendetta per le offese arrecate alle leggi umane e divine.
Si aggiungeva che l'Uzbek Khan [sovrano degli Uzbeki] si offriva di supportarlo attivamente nel conflitto. Costui è il sovrano dei tartari che abitano all'estremità della Persia, nella regione chiamata un tempo Battria e oggi nota ai turchi come Balkh. Questi popoli vengono chiamati Keçebaşı [gruppi nomadi col capo coperto di feltro] per via del loro tipico copricapo in feltro. L'Uzbek Khan è morto di recente, lasciando un figlio che dovrebbe avere oggi dodici anni. Anche il principe del Gilan (una regione situata a est del Mar Caspio) offriva il suo aiuto.
I successi passati, sostenevano i consiglieri, rendevano indiscutibile una nuova vittoria. Non bisognava temere gli archibugi persiani, essendo pochi e maneggiati peggio di come facevano i turchi. Non bisognava temere nemmeno la loro cavalleria (composta da cavalli arabi e di Karaman, i resti delle truppe di Murad II), poiché in passato si era data alla fuga per pura codardia in molte occasioni. Infine, non vi era alcun rischio che i georgiani (che i turchi chiamano Gurji e che corrispondono agli antichi iberi) intervenissero a favore dei persiani. Dopo le riforme di Mustafa, infatti, una parte di essi era direttamente soggetta ai governatori ottomani di Tbilisi e di altri centri. Un'altra parte era legata all'Impero da vincoli feudali. Quanto ai restanti georgiani, era noto che si accontentavano di vivere sotto i propri signori, Simone e Alessandro, senza tentare la sorte. Preferivano difendere il loro esiguo territorio, compito peraltro non difficile. La regione, infatti, è naturalmente fortificata dalla sua posizione, protetta da montagne quasi invalicabili, da fitte foreste e da passaggi angusti.
€ 19,99

Il prezzo indicato si riferisce alla versione in brossura (copertina morbida).
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