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Liutprando di Cremona - Le tre opere storiche
di Liutprando di Cremona
Traduzione e cura di Aldo Diomedes
ISBN: 979-8286031016
Formato: Copertina flessibile 15.24 x 22.86 cm
Pagine: 212
Descrizione
Liutprando di Cremona – Le tre opere storiche
Antapodosis · Gesta Ottonis · Legatio
Traduzione italiana integrale a cura di Aldo Diomedes
Un vescovo, un ambasciatore, un narratore implacabile.
Liutprando di Cremona (ca. 920–972) fu una figura centrale nella diplomazia e nella cultura del X secolo, protagonista diretto degli eventi che portarono alla nascita del Sacro Romano Impero.
Le sue opere non sono solo racconti vividi e ironici del potere e delle sue debolezze: sono anche fonti storiche fondamentali per comprendere l’Europa medievale. Citate da storici, medievalisti e studiosi di filologia, l’Antapodosis, i Gesta Ottonis e la Relatio de Legatione Constantinopolitana offrono un punto di vista unico, filtrato dalla penna di un autore colto, multilingue e profondamente inserito nelle dinamiche del suo tempo.
Questa edizione propone:
Antapodosis – una cronaca satirica e personale del declino politico italiano (887–949)
Gesta Ottonis – il racconto diretto dell’incoronazione imperiale di Ottone I e della crisi papale
Legatio – una descrizione impareggiabile della Costantinopoli del X secolo e dei rapporti tra l’Impero d’Oriente e l’Occidente
Perché leggerlo oggi?
Perché Liutprando è una voce potente e ancora sorprendentemente attuale. Le sue opere coniugano osservazione politica, memoria personale e stile letterario brillante.
Sono cronache di un mondo lontano che somiglia molto al nostro: fragili equilibri, propaganda, diplomazia spregiudicata, retroscena ecclesiastici e colpi di scena degni di un romanzo.
Antapodosis · Gesta Ottonis · Legatio
Traduzione italiana integrale a cura di Aldo Diomedes
Un vescovo, un ambasciatore, un narratore implacabile.
Liutprando di Cremona (ca. 920–972) fu una figura centrale nella diplomazia e nella cultura del X secolo, protagonista diretto degli eventi che portarono alla nascita del Sacro Romano Impero.
Le sue opere non sono solo racconti vividi e ironici del potere e delle sue debolezze: sono anche fonti storiche fondamentali per comprendere l’Europa medievale. Citate da storici, medievalisti e studiosi di filologia, l’Antapodosis, i Gesta Ottonis e la Relatio de Legatione Constantinopolitana offrono un punto di vista unico, filtrato dalla penna di un autore colto, multilingue e profondamente inserito nelle dinamiche del suo tempo.
Questa edizione propone:
Antapodosis – una cronaca satirica e personale del declino politico italiano (887–949)
Gesta Ottonis – il racconto diretto dell’incoronazione imperiale di Ottone I e della crisi papale
Legatio – una descrizione impareggiabile della Costantinopoli del X secolo e dei rapporti tra l’Impero d’Oriente e l’Occidente
Perché leggerlo oggi?
Perché Liutprando è una voce potente e ancora sorprendentemente attuale. Le sue opere coniugano osservazione politica, memoria personale e stile letterario brillante.
Sono cronache di un mondo lontano che somiglia molto al nostro: fragili equilibri, propaganda, diplomazia spregiudicata, retroscena ecclesiastici e colpi di scena degni di un romanzo.
📖 Leggi alcune pagine (Anteprima)
Capitolo XXIII
Il re Ottone, tuttavia, aveva dalla sua parte validi alleati: Ermanno, duca di Svevia, suo fratello Udo, e Corrado detto il Saggio. Pur essendo legati a Everardo da vincoli di parentela, questi tre preferirono, se così fosse stato il destino, morire giustamente al fianco del loro legittimo re piuttosto che trionfare ingiustamente con il loro parente.
Enrico, dunque, ingannato dalla falsa promessa, raccolse a sua volta un esercito e si mise con tutte le forze ad aiutare i ribelli nella lotta contro il re. Ma, come sta scritto, «l’iniquità inganna sé stessa»: voglio qui soffermarmi per mostrare come, in questa occasione, il male si sia rivelato nemico di sé stesso.
Everardo era riuscito a convincere Gisleberto a tradire il re promettendogli il trono. Gisleberto, dal canto suo, intendeva ingannare Enrico allo stesso modo: con il suo aiuto voleva sconfiggere il re, poi deporlo e salire lui stesso al trono. Ma Everardo aveva tutt’altri progetti: se fosse riuscito a sconfiggere il re, intendeva derubare entrambi i suoi complici e prendersi per sé la corona.
Possiamo dedurlo dalle parole che egli stesso, poco prima di morire, rivolse alla moglie mentre la teneva stretta a sé: «Goditi ora le carezze di un conte; presto gioirai tra le braccia di un re».
Il fatto che le cose siano andate altrimenti, e che l’iniquità sia stata smentita da sé stessa, lo dimostra chiaramente la situazione attuale.
Capitolo XXIV
Così dunque, come abbiamo detto, incoraggiato — o meglio, irretito — da quella promessa, Enrico radunò un esercito e, con Gisleberto ed Everardo, si preparò ad attaccare il re. Ma questi, ben lieto, si affrettò a muovere loro incontro, non turbato dalla loro superiorità numerica, ma confidando nella protezione divina. Perché tu possa comprendere quanto sia facile per Dio sconfiggere una moltitudine con un pugno d’uomini, e quanto sia vero che «nessuno sarà salvato dalla grandezza del proprio valore», ascolta in quale modo il Signore rinnovò un miracolo già compiuto in passato.
I soldati del re erano giunti al Reno in un luogo chiamato Birten e avevano già cominciato ad attraversare il fiume, ignari che Enrico, insieme ai suddetti alleati, si trovasse nei paraggi. Alcuni uomini erano appena sbarcati dalle imbarcazioni, avevano fatto in tempo a montare a cavallo e a indossare l’armatura, quando con i propri occhi videro le truppe nemiche avanzare all’attacco, senza aver ricevuto alcun avvertimento dell’arrivo degli avversari. Si rivolsero allora l’un l’altro con queste parole di reciproco incitamento:
«La larghezza di questo fiume, come vedete, impedisce ai nostri compagni di venirci in aiuto, e preclude ogni via di ritirata, anche se volessimo fuggire. Sappiamo bene quanto sarebbe ridicolo, soprattutto tra genti come la nostra, che uomini valorosi si arrendano al nemico, scampando sì alla morte col non resistere, ma guadagnandosi la vita al prezzo di un’eterna ignominia. Il fatto che non abbiamo speranza di ritirarci — il che è, in verità, uno svantaggio per il nemico — e l’onta eterna che l’arrendersi ci procurerebbe, ci infondono animo; e vi è anche un ulteriore motivo che ci sprona al combattimento: la verità e la giustizia della nostra causa. Anche se la nostra dimora terrena dovesse andare distrutta per aver resistito all’iniquità, ci sarà donata in cielo una dimora non costruita da mano d’uomo.»
Accesi da queste parole, avanzarono a tutta velocità e si scagliarono contro le schiere avversarie. Da parte sua, il re — ritenendo che i suoi uomini, nel mostrare tanto coraggio, non fossero privi di ispirazione divina, dato che il fiume lo separava da loro e gli impediva di aiutarli di persona — ricordò come il popolo del Signore avesse vinto gli Amaleciti grazie alle preghiere di Mosè, servo di Dio. Scese allora da cavallo e, con tutto il suo esercito, si prostrò in lacrime nella preghiera, inginocchiandosi davanti ai chiodi portatori di vittoria che un tempo avevano trafitto le mani del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, ora fissati sulla sua lancia.
Fu allora evidente quanto valgano le preghiere dell’uomo giusto, come afferma san Giacomo. Mentre egli pregava, prima ancora che un solo uomo dei suoi fosse caduto, tutti i nemici si diedero alla fuga — alcuni senza nemmeno sapere perché stessero scappando, dato che i loro inseguitori erano così pochi da risultare invisibili. Molti furono uccisi, ed Enrico fu colpito violentemente a un braccio. La triplice maglia della corazza impedì alla lama di penetrargli nella carne, ma la forza brutale del colpo rese la pelle completamente nera. Nonostante tutte le cure dei medici, quell’ematoma non guarì mai e ogni anno gli procurava dolori atroci. Anzi, si riconobbe che la sua morte, molti anni dopo, fu dovuta a quella ferita.
Poiché ho menzionato la sacra lancia, lasciatemi ora raccontare come giunse in possesso del re.
Capitolo XXV
Rodolfo, re dei Burgundi, che per alcuni anni aveva governato sugli italiani, ricevette questa lancia in dono dal conte Sansone. Essa si distingueva dalle lance ordinarie per aspetto, forma e manifattura, presentando aperture ai lati della sua impugnatura. Davanti ai punti di presa per il pollice, due taglienti ben affilati scendevano obliquamente verso il centro della lancia. Si dice che essa fosse appartenuta a Costantino il Grande, figlio di sant’Elena, la quale scoprì la croce portatrice di vita. Nella parte rialzata al centro, che prima abbiamo chiamato impugnatura, si trovavano delle croci forgiate coi chiodi che un tempo avevano trafitto le mani e i piedi del nostro Signore e Redentore Gesù Cristo.
Enrico, uomo timorato di Dio e amante di ogni cosa sacra, saputo che Rodolfo possedeva quell’inestimabile tesoro celeste, inviò ambasciatori per vedere se fosse possibile, a qualunque costo, ottenerlo. Voleva conquistare per sé un’arma invincibile contro tutti i nemici, visibili e invisibili, e assicurarsi un trionfo eterno. Rodolfo dapprima dichiarò che mai se ne sarebbe separato, e così Enrico, non potendo addolcirlo con doni, cercò di intimorirlo con minacce, giurando che avrebbe devastato il suo intero regno col fuoco e con la spada. Ma poiché il dono desiderato era proprio quel tramite con cui Dio aveva unito le cose della terra a quelle del cielo — la pietra angolare che fa di due realtà una sola —, il cuore di Rodolfo alla fine si intenerì, e al giusto re, che chiedeva con giustizia ciò che giustamente gli spettava, egli consegnò la lancia.
Alla presenza della pace, non vi fu più spazio per la contesa. Per opera di Colui che fu crocifisso su quei chiodi, passando da Pilato a Erode, i due re, che fino ad allora erano stati nemici, divennero amici in quel giorno.
L’amore che nacque nel cuore di Enrico per quell’inestimabile dono si manifestò in molte maniere, e in particolare in questa: non solo onorò il donatore con doni d’oro e d’argento, ma gli cedette anche un’ampia regione della provincia di Svevia. Dio, che scruta i cuori degli uomini e conosce l’intenzione delle loro azioni, valutando non la grandezza del dono ma la buona volontà del donatore, manifestò in quel tempo, attraverso segni evidenti, quale ricompensa elargisse al re pio per le sue spese. Con quel segno a precederlo e a portargli la vittoria, Enrico sconfisse e mise in fuga i nemici che gli si erano sollevati contro.
Fu dunque in quell’occasione — o meglio, per volontà divina — che Enrico ottenne la sacra lancia, che alla sua morte trasmise insieme all’eredità del trono al figlio, di cui ora stiamo parlando. Con quale venerazione Ottone abbia custodito quell’inestimabile dono, lo attestano sia la sua recente vittoria, sia la generosità delle sue offerte a Dio, che stiamo per narrare.
Così fu che Enrico tornò a casa, dopo aver terrorizzato e messo in fuga i nemici: non tanto esultando per la vittoria, quanto esaltato dalla testimonianza della compassione divina nei suoi confronti.
Il re Ottone, tuttavia, aveva dalla sua parte validi alleati: Ermanno, duca di Svevia, suo fratello Udo, e Corrado detto il Saggio. Pur essendo legati a Everardo da vincoli di parentela, questi tre preferirono, se così fosse stato il destino, morire giustamente al fianco del loro legittimo re piuttosto che trionfare ingiustamente con il loro parente.
Enrico, dunque, ingannato dalla falsa promessa, raccolse a sua volta un esercito e si mise con tutte le forze ad aiutare i ribelli nella lotta contro il re. Ma, come sta scritto, «l’iniquità inganna sé stessa»: voglio qui soffermarmi per mostrare come, in questa occasione, il male si sia rivelato nemico di sé stesso.
Everardo era riuscito a convincere Gisleberto a tradire il re promettendogli il trono. Gisleberto, dal canto suo, intendeva ingannare Enrico allo stesso modo: con il suo aiuto voleva sconfiggere il re, poi deporlo e salire lui stesso al trono. Ma Everardo aveva tutt’altri progetti: se fosse riuscito a sconfiggere il re, intendeva derubare entrambi i suoi complici e prendersi per sé la corona.
Possiamo dedurlo dalle parole che egli stesso, poco prima di morire, rivolse alla moglie mentre la teneva stretta a sé: «Goditi ora le carezze di un conte; presto gioirai tra le braccia di un re».
Il fatto che le cose siano andate altrimenti, e che l’iniquità sia stata smentita da sé stessa, lo dimostra chiaramente la situazione attuale.
Capitolo XXIV
Così dunque, come abbiamo detto, incoraggiato — o meglio, irretito — da quella promessa, Enrico radunò un esercito e, con Gisleberto ed Everardo, si preparò ad attaccare il re. Ma questi, ben lieto, si affrettò a muovere loro incontro, non turbato dalla loro superiorità numerica, ma confidando nella protezione divina. Perché tu possa comprendere quanto sia facile per Dio sconfiggere una moltitudine con un pugno d’uomini, e quanto sia vero che «nessuno sarà salvato dalla grandezza del proprio valore», ascolta in quale modo il Signore rinnovò un miracolo già compiuto in passato.
I soldati del re erano giunti al Reno in un luogo chiamato Birten e avevano già cominciato ad attraversare il fiume, ignari che Enrico, insieme ai suddetti alleati, si trovasse nei paraggi. Alcuni uomini erano appena sbarcati dalle imbarcazioni, avevano fatto in tempo a montare a cavallo e a indossare l’armatura, quando con i propri occhi videro le truppe nemiche avanzare all’attacco, senza aver ricevuto alcun avvertimento dell’arrivo degli avversari. Si rivolsero allora l’un l’altro con queste parole di reciproco incitamento:
«La larghezza di questo fiume, come vedete, impedisce ai nostri compagni di venirci in aiuto, e preclude ogni via di ritirata, anche se volessimo fuggire. Sappiamo bene quanto sarebbe ridicolo, soprattutto tra genti come la nostra, che uomini valorosi si arrendano al nemico, scampando sì alla morte col non resistere, ma guadagnandosi la vita al prezzo di un’eterna ignominia. Il fatto che non abbiamo speranza di ritirarci — il che è, in verità, uno svantaggio per il nemico — e l’onta eterna che l’arrendersi ci procurerebbe, ci infondono animo; e vi è anche un ulteriore motivo che ci sprona al combattimento: la verità e la giustizia della nostra causa. Anche se la nostra dimora terrena dovesse andare distrutta per aver resistito all’iniquità, ci sarà donata in cielo una dimora non costruita da mano d’uomo.»
Accesi da queste parole, avanzarono a tutta velocità e si scagliarono contro le schiere avversarie. Da parte sua, il re — ritenendo che i suoi uomini, nel mostrare tanto coraggio, non fossero privi di ispirazione divina, dato che il fiume lo separava da loro e gli impediva di aiutarli di persona — ricordò come il popolo del Signore avesse vinto gli Amaleciti grazie alle preghiere di Mosè, servo di Dio. Scese allora da cavallo e, con tutto il suo esercito, si prostrò in lacrime nella preghiera, inginocchiandosi davanti ai chiodi portatori di vittoria che un tempo avevano trafitto le mani del nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo, ora fissati sulla sua lancia.
Fu allora evidente quanto valgano le preghiere dell’uomo giusto, come afferma san Giacomo. Mentre egli pregava, prima ancora che un solo uomo dei suoi fosse caduto, tutti i nemici si diedero alla fuga — alcuni senza nemmeno sapere perché stessero scappando, dato che i loro inseguitori erano così pochi da risultare invisibili. Molti furono uccisi, ed Enrico fu colpito violentemente a un braccio. La triplice maglia della corazza impedì alla lama di penetrargli nella carne, ma la forza brutale del colpo rese la pelle completamente nera. Nonostante tutte le cure dei medici, quell’ematoma non guarì mai e ogni anno gli procurava dolori atroci. Anzi, si riconobbe che la sua morte, molti anni dopo, fu dovuta a quella ferita.
Poiché ho menzionato la sacra lancia, lasciatemi ora raccontare come giunse in possesso del re.
Capitolo XXV
Rodolfo, re dei Burgundi, che per alcuni anni aveva governato sugli italiani, ricevette questa lancia in dono dal conte Sansone. Essa si distingueva dalle lance ordinarie per aspetto, forma e manifattura, presentando aperture ai lati della sua impugnatura. Davanti ai punti di presa per il pollice, due taglienti ben affilati scendevano obliquamente verso il centro della lancia. Si dice che essa fosse appartenuta a Costantino il Grande, figlio di sant’Elena, la quale scoprì la croce portatrice di vita. Nella parte rialzata al centro, che prima abbiamo chiamato impugnatura, si trovavano delle croci forgiate coi chiodi che un tempo avevano trafitto le mani e i piedi del nostro Signore e Redentore Gesù Cristo.
Enrico, uomo timorato di Dio e amante di ogni cosa sacra, saputo che Rodolfo possedeva quell’inestimabile tesoro celeste, inviò ambasciatori per vedere se fosse possibile, a qualunque costo, ottenerlo. Voleva conquistare per sé un’arma invincibile contro tutti i nemici, visibili e invisibili, e assicurarsi un trionfo eterno. Rodolfo dapprima dichiarò che mai se ne sarebbe separato, e così Enrico, non potendo addolcirlo con doni, cercò di intimorirlo con minacce, giurando che avrebbe devastato il suo intero regno col fuoco e con la spada. Ma poiché il dono desiderato era proprio quel tramite con cui Dio aveva unito le cose della terra a quelle del cielo — la pietra angolare che fa di due realtà una sola —, il cuore di Rodolfo alla fine si intenerì, e al giusto re, che chiedeva con giustizia ciò che giustamente gli spettava, egli consegnò la lancia.
Alla presenza della pace, non vi fu più spazio per la contesa. Per opera di Colui che fu crocifisso su quei chiodi, passando da Pilato a Erode, i due re, che fino ad allora erano stati nemici, divennero amici in quel giorno.
L’amore che nacque nel cuore di Enrico per quell’inestimabile dono si manifestò in molte maniere, e in particolare in questa: non solo onorò il donatore con doni d’oro e d’argento, ma gli cedette anche un’ampia regione della provincia di Svevia. Dio, che scruta i cuori degli uomini e conosce l’intenzione delle loro azioni, valutando non la grandezza del dono ma la buona volontà del donatore, manifestò in quel tempo, attraverso segni evidenti, quale ricompensa elargisse al re pio per le sue spese. Con quel segno a precederlo e a portargli la vittoria, Enrico sconfisse e mise in fuga i nemici che gli si erano sollevati contro.
Fu dunque in quell’occasione — o meglio, per volontà divina — che Enrico ottenne la sacra lancia, che alla sua morte trasmise insieme all’eredità del trono al figlio, di cui ora stiamo parlando. Con quale venerazione Ottone abbia custodito quell’inestimabile dono, lo attestano sia la sua recente vittoria, sia la generosità delle sue offerte a Dio, che stiamo per narrare.
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