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Le Cronache Italiane del Medioevo
di Ugo Balzani
Traduzione e cura di Aldo Diomedes
ISBN: 979-8177946337
Formato: Copertina flessibile 15.24 x 22.86 cm
Pagine: 258
Descrizione
COME FACEVANO GLI UOMINI DEL MEDIOEVO A RICORDARE IL LORO PASSATO?
Chi ha scritto la storia dell'Italia mentre l'Europa sprofondava nel buio e risorgeva nei liberi Comuni?
Dalle ultime luci dell'Impero Romano alle soglie del Rinascimento, per quasi mille anni la storia d'Italia è stata raccontata da uomini straordinari: monaci, soldati, mercanti, papi e diplomatici. Uomini che hanno preso in mano una penna mentre il mondo crollava intorno a loro, per tramandare ai posteri ciò che avevano visto con i propri occhi.
Per la prima volta in italiano moderno, questo capolavoro della storiografia – scritto da Ugo Balzani nel 1883 e mai tradotto integralmente fino a oggi – vi porta in un viaggio epico attraverso le voci dirette del Medioevo italiano. Non un arido manuale accademico, ma un grande romanzo della storia, dove a parlare sono i protagonisti stessi.
In queste pagine incontrerete:
Procopio di Cesarea, che segue Belisario nelle campagne militari e descrive la terribile carestia di Roma, dove i cittadini si nutrivano di ortiche e carcasse di cavalli.
Paolo Diacono, il monaco longobardo che ci racconta la coppa di Alboino ricavata dal teschio del nemico, e le fughe rocambolesche dei re esiliati.
Gregorio Magno, il papa che difende Roma dai Longobardi mentre l'Impero bizantino la abbandona, e che invia i missionari a convertire l'Inghilterra.
Liutprando di Cremona, il vescovo-diplomatico ironico e tagliente, che smaschera i vizi di papi corrotti e imperatori tedeschi.
Dino Compagni, il mercante fiorentino contemporaneo di Dante, che ci fa vivere dall'interno le lotte fratricide tra Bianchi e Neri.
Giovanni Villani, il primo "statistico" della storia, che conta le monete, le botteghe e i pellegrini del Giubileo del 1300.
E decine di altri: Cassiodoro, l'Anonimo Salernitano, Caffaro di Genova, Andrea Dandolo, Salimbene da Parma, Albertino Mussato...
Perché leggere questo libro oggi?
Perché non è solo la storia del Medioevo. È la storia di come il Medioevo ha raccontato se stesso. Scoprirete come nasce la coscienza storica italiana, come i monaci salvarono i classici copiandoli al lume di candela, come i Comuni inventarono la democrazia moderna, e come le Repubbliche Marinare dominarono il Mediterraneo.
Questa edizione, curata da Aldo Diomedes, non è una semplice traduzione. È un'opera di modernizzazione pensata per il lettore di oggi:
Italiano fluido e accessibile, senza arcaismi o sintassi contorte.
Note di contesto [tra parentesi quadre] per orientarvi tra personaggi, luoghi e termini tecnici senza interrompere la lettura.
Appendici ricchissime: Linea del Tempo completa, Glossario dei termini medievali, Indice analitico dei nomi e opere.
Introduzione critica che spiega il contesto risorgimentale in cui Balzani scrisse quest'opera (1883), offrendovi una doppia chiave di lettura: il Medioevo visto dall'Ottocento post-unitario.
Un libro per:
Appassionati di storia medievale che vogliono andare oltre i manuali scolastici.
Studenti universitari di Storia, Letteratura e Beni Culturali che cercano una panoramica completa sulle fonti primarie.
Lettori curiosi che amano le grandi narrazioni storiche alla Alessandro Barbero o Franco Cardini.
Chiunque voglia capire le radici profonde dell'Italia di oggi, dalle divisioni comunali alle identità regionali.
"La storia del Medioevo è stata raccontata in Italia – molto più che altrove – da uomini che parteciparono attivamente agli eventi di cui ci hanno lasciato memoria. Attraverso le loro stesse pagine, quegli antichi cronisti si presenteranno alla vostra immaginazione molto meglio di quanto potrebbe fare qualsiasi scrittore moderno." — Ugo Balzani
Chi ha scritto la storia dell'Italia mentre l'Europa sprofondava nel buio e risorgeva nei liberi Comuni?
Dalle ultime luci dell'Impero Romano alle soglie del Rinascimento, per quasi mille anni la storia d'Italia è stata raccontata da uomini straordinari: monaci, soldati, mercanti, papi e diplomatici. Uomini che hanno preso in mano una penna mentre il mondo crollava intorno a loro, per tramandare ai posteri ciò che avevano visto con i propri occhi.
Per la prima volta in italiano moderno, questo capolavoro della storiografia – scritto da Ugo Balzani nel 1883 e mai tradotto integralmente fino a oggi – vi porta in un viaggio epico attraverso le voci dirette del Medioevo italiano. Non un arido manuale accademico, ma un grande romanzo della storia, dove a parlare sono i protagonisti stessi.
In queste pagine incontrerete:
Procopio di Cesarea, che segue Belisario nelle campagne militari e descrive la terribile carestia di Roma, dove i cittadini si nutrivano di ortiche e carcasse di cavalli.
Paolo Diacono, il monaco longobardo che ci racconta la coppa di Alboino ricavata dal teschio del nemico, e le fughe rocambolesche dei re esiliati.
Gregorio Magno, il papa che difende Roma dai Longobardi mentre l'Impero bizantino la abbandona, e che invia i missionari a convertire l'Inghilterra.
Liutprando di Cremona, il vescovo-diplomatico ironico e tagliente, che smaschera i vizi di papi corrotti e imperatori tedeschi.
Dino Compagni, il mercante fiorentino contemporaneo di Dante, che ci fa vivere dall'interno le lotte fratricide tra Bianchi e Neri.
Giovanni Villani, il primo "statistico" della storia, che conta le monete, le botteghe e i pellegrini del Giubileo del 1300.
E decine di altri: Cassiodoro, l'Anonimo Salernitano, Caffaro di Genova, Andrea Dandolo, Salimbene da Parma, Albertino Mussato...
Perché leggere questo libro oggi?
Perché non è solo la storia del Medioevo. È la storia di come il Medioevo ha raccontato se stesso. Scoprirete come nasce la coscienza storica italiana, come i monaci salvarono i classici copiandoli al lume di candela, come i Comuni inventarono la democrazia moderna, e come le Repubbliche Marinare dominarono il Mediterraneo.
Questa edizione, curata da Aldo Diomedes, non è una semplice traduzione. È un'opera di modernizzazione pensata per il lettore di oggi:
Italiano fluido e accessibile, senza arcaismi o sintassi contorte.
Note di contesto [tra parentesi quadre] per orientarvi tra personaggi, luoghi e termini tecnici senza interrompere la lettura.
Appendici ricchissime: Linea del Tempo completa, Glossario dei termini medievali, Indice analitico dei nomi e opere.
Introduzione critica che spiega il contesto risorgimentale in cui Balzani scrisse quest'opera (1883), offrendovi una doppia chiave di lettura: il Medioevo visto dall'Ottocento post-unitario.
Un libro per:
Appassionati di storia medievale che vogliono andare oltre i manuali scolastici.
Studenti universitari di Storia, Letteratura e Beni Culturali che cercano una panoramica completa sulle fonti primarie.
Lettori curiosi che amano le grandi narrazioni storiche alla Alessandro Barbero o Franco Cardini.
Chiunque voglia capire le radici profonde dell'Italia di oggi, dalle divisioni comunali alle identità regionali.
"La storia del Medioevo è stata raccontata in Italia – molto più che altrove – da uomini che parteciparono attivamente agli eventi di cui ci hanno lasciato memoria. Attraverso le loro stesse pagine, quegli antichi cronisti si presenteranno alla vostra immaginazione molto meglio di quanto potrebbe fare qualsiasi scrittore moderno." — Ugo Balzani
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Così, per esempio, in uno di questi cataloghi, l'elenco dei re longobardi si conclude in questo modo:
«Ratchis regnò cinque anni e tre mesi. Astolfo regnò otto anni e sei mesi. Desiderio regnò diciotto anni, due mesi e dieci giorni. E così si compiono i 201 anni nei quali i predetti venti re regnarono nel regno d'Italia, come si è annotato specificamente in precedenza. Durante questo periodo fu presa Pavia, e l'incarnazione del nostro signore Gesù Cristo a quel tempo correva nell'anno 775. E dopo questi predetti venti re, il dominio del regno d'Italia passò all'imperatore Carlo [Carlo Magno], succeduto al sopracitato re Desiderio...»
E dopo poche altre parole, iniziando la serie dei sovrani carolingi, il catalogo passa in rassegna tutti i dominatori d'Italia fino agli imperatori di nome Enrico dell'XI secolo.
Quando finalmente Montecassino fu conquistata e devastata dai Saraceni (883 d.C.), ai monaci non restò che rifugiarsi come esuli nelle vicine città di Teano e Capua, in attesa di giorni migliori. Il monaco Erchemperto si ritirò insieme agli altri a Capua e lì scrisse una storia dei Longobardi beneventani. L'opera inizia dal duca Arechi e arriva fino all'anno 889, basandosi come di consueto – per la parte più antica – sugli scritti di Paolo Diacono e dei suoi continuatori.
Nato a Teano, Erchemperto era entrato in monastero fin da bambino, condividendone le sorti turbolente in quell'epoca di tempeste. Dopo aver lasciato Capua in seguito al restauro dell'abbazia (886 d.C.), sembra vi sia tornato a breve per stabilirvisi definitivamente, accolto forse in qualche monastero dipendente da Montecassino.
Qui, longobardo di origine e per legami politici, fu spinto dagli amici a mettere per iscritto le vicende dei Longobardi del Sud. Di essi, scrive:
«Al giorno d'oggi non si trova più nulla di nobile e lodevole che meriti di essere annotato con uno stile veritiero. Perciò io narrerò non il loro governo, ma la loro rovina; non la felicità , ma la miseria; non il trionfo, ma il disastro. Non racconterò di come siano cresciuti in potenza, ma di come si siano disfatti; non di come abbiano sconfitto gli altri, ma di come siano stati superati e vinti dagli altri. E lo farò traendo profondi sospiri dall'intimo del cuore, scrivendo in modo grezzo e conciso come monito per i posteri.
Convinto dalle preghiere degli amici, dichiaro di narrare non solo ciò che ho visto con i miei occhi, ma ancor di più ciò che ho udito con le mie orecchie, imitando l'esempio degli evangelisti Marco e Luca, i quali scrissero i Vangeli basandosi più su ciò che udirono che su ciò che videro di persona.»
Vivendo al centro del teatro storico in cui si svolgono gli eventi, a volte come spettatore o persino come vittima, e più spesso come amico e confidente di testimoni oculari, Erchemperto espone il suo racconto con la semplicità schietta di chi parla di cose a lui familiari. Pur essendo un po' rozzo nella forma, il suo testo è sincero e attendibile nella sostanza.
Ci informa minuziosamente sulle guerre che devastavano il Sud Italia e sulle spoliazioni inflitte da un lato dalle orde saracene, dall'altro dai Bizantini (che egli odia e disprezza assai più dei primi). La sua opera si interrompe bruscamente all'anno 889, e questa perdita è grave.
A compensare in parte questa lacuna interviene lo scritto di un autore ignoto, il cosiddetto Anonimo Salernitano, che ci relaziona sulla storia dei principati longobardi fino al 974. Nella sua compilazione si avvale ampiamente di Paolo Diacono e di Erchemperto, potendo essere considerato una fonte originale solo nell'ultima parte dell'opera. Scrittore vivace ma dotato di scarso senso critico, è tuttavia l'unico cronista su cui ci si possa basare per ricostruire la storia dell'Italia meridionale di quegli anni.
Questo rende ancora più dolorosa l'interruzione dell'opera di Erchemperto, che tra gli scrittori meridionali del periodo è senza dubbio il maggiore e che, al di fuori della scuola di Farfa, non trova eguali neppure nell'Italia centrale.
Nel Nord Italia, invece, due autori assai diversi tra loro diedero prova di vitalità letteraria nel campo della storiografia. Uno di essi, il prete Andrea da Bergamo, compilò nell'877 un riassunto della storia longobarda di Paolo Diacono e lo continuò fino ai suoi giorni. Tra tutte quelle fin qui menzionate, questa è forse l'opera scritta nel latino più barbaro; la precisione delle notizie la rende preziosa per studiare la metà del IX secolo, ma non basta a salvare dalla noia e dalla fatica chiunque si accinga a leggerla.
Per contro, pochi anni dopo – agli albori del X secolo – ci troviamo di fronte a un'opera di poesia storica che, superando di gran lunga ogni altro scritto contemporaneo, rivela all'improvviso una vasta conoscenza della lingua latina e degli autori classici. Il poeta sceglie come eroe Berengario [marchese del Friuli e poi re d'Italia] e ne celebra le imprese compiute per conquistare il Regno d'Italia e la corona imperiale.
Il poema, intitolato Panegyricus Berengarii Imperatoris, è in tutto e per tutto un panegirico; pertanto, la sua attendibilità come fonte storica a sé stante è assai scarsa. Con grande finezza retorica, l'autore si sforza di far apparire sempre legittima ogni pretesa di Berengario, mascherando con la grazia dei versi il trionfo della forza bruta su qualsiasi fondamento di diritto.
Tuttavia, se non gli si può dare cieca fiducia come resoconto storico, come opera letteraria – giudicata con il metro della sua epoca – è un lavoro ammirevole. A quanto pare fu composto a Verona, tra il 916 e il 924, da un maestro di grammatica il cui nome ci è rimasto ignoto. Non è possibile stabilire con certezza se fosse un laico o un ecclesiastico, ma la generale ignoranza che dominava allora nel clero italiano fa propendere per la prima ipotesi [La presenza in Italia di intellettuali stranieri, in particolare irlandesi come il monaco Dungal, chiamati a dirigere scuole a Pavia e in altre città , ebbe un ruolo fondamentale nel mantenimento di una certa cultura classica e in questi esperimenti di poesia storica].
Prendendo a modello Omero, Virgilio e Stazio, il poeta narra le gesta dell'eroe seguendone le orme, fino all'incoronazione a Roma. Nonostante i frequenti difetti, come costruzioni sintattiche contorte ed espressioni ricercate o oscure, i suoi esametri – tutti intessuti di emistichi e citazioni classiche – sono composti con notevole abilità .
Essendo stato scritto per essere letto e studiato nelle scuole di grammatica, questo panegirico ebbe persino l'onore di un commentario contemporaneo, che ne spiega i passaggi più complessi. Anche questo commentario è degno di nota: da un lato per l'ottima conoscenza della letteratura classica che dimostra, dall'altro per il metodo didattico utilizzato, il quale suggerisce che il pubblico a cui era rivolto possedesse nozioni classiche tutt'altro che scarse o superficiali.
Di fronte a questo poema, e agli indizi di una certa cultura che in quel periodo compaiono sparsi qua e là in Italia, viene naturale chiedersi quale fosse il reale stato della cultura italiana dell'epoca. È proprio vero che l'Italia fosse sprofondata in quella profonda barbarie testimoniata dai rozzi e scarsi scritti ecclesiastici che ci sono giunti?
«Ratchis regnò cinque anni e tre mesi. Astolfo regnò otto anni e sei mesi. Desiderio regnò diciotto anni, due mesi e dieci giorni. E così si compiono i 201 anni nei quali i predetti venti re regnarono nel regno d'Italia, come si è annotato specificamente in precedenza. Durante questo periodo fu presa Pavia, e l'incarnazione del nostro signore Gesù Cristo a quel tempo correva nell'anno 775. E dopo questi predetti venti re, il dominio del regno d'Italia passò all'imperatore Carlo [Carlo Magno], succeduto al sopracitato re Desiderio...»
E dopo poche altre parole, iniziando la serie dei sovrani carolingi, il catalogo passa in rassegna tutti i dominatori d'Italia fino agli imperatori di nome Enrico dell'XI secolo.
Quando finalmente Montecassino fu conquistata e devastata dai Saraceni (883 d.C.), ai monaci non restò che rifugiarsi come esuli nelle vicine città di Teano e Capua, in attesa di giorni migliori. Il monaco Erchemperto si ritirò insieme agli altri a Capua e lì scrisse una storia dei Longobardi beneventani. L'opera inizia dal duca Arechi e arriva fino all'anno 889, basandosi come di consueto – per la parte più antica – sugli scritti di Paolo Diacono e dei suoi continuatori.
Nato a Teano, Erchemperto era entrato in monastero fin da bambino, condividendone le sorti turbolente in quell'epoca di tempeste. Dopo aver lasciato Capua in seguito al restauro dell'abbazia (886 d.C.), sembra vi sia tornato a breve per stabilirvisi definitivamente, accolto forse in qualche monastero dipendente da Montecassino.
Qui, longobardo di origine e per legami politici, fu spinto dagli amici a mettere per iscritto le vicende dei Longobardi del Sud. Di essi, scrive:
«Al giorno d'oggi non si trova più nulla di nobile e lodevole che meriti di essere annotato con uno stile veritiero. Perciò io narrerò non il loro governo, ma la loro rovina; non la felicità , ma la miseria; non il trionfo, ma il disastro. Non racconterò di come siano cresciuti in potenza, ma di come si siano disfatti; non di come abbiano sconfitto gli altri, ma di come siano stati superati e vinti dagli altri. E lo farò traendo profondi sospiri dall'intimo del cuore, scrivendo in modo grezzo e conciso come monito per i posteri.
Convinto dalle preghiere degli amici, dichiaro di narrare non solo ciò che ho visto con i miei occhi, ma ancor di più ciò che ho udito con le mie orecchie, imitando l'esempio degli evangelisti Marco e Luca, i quali scrissero i Vangeli basandosi più su ciò che udirono che su ciò che videro di persona.»
Vivendo al centro del teatro storico in cui si svolgono gli eventi, a volte come spettatore o persino come vittima, e più spesso come amico e confidente di testimoni oculari, Erchemperto espone il suo racconto con la semplicità schietta di chi parla di cose a lui familiari. Pur essendo un po' rozzo nella forma, il suo testo è sincero e attendibile nella sostanza.
Ci informa minuziosamente sulle guerre che devastavano il Sud Italia e sulle spoliazioni inflitte da un lato dalle orde saracene, dall'altro dai Bizantini (che egli odia e disprezza assai più dei primi). La sua opera si interrompe bruscamente all'anno 889, e questa perdita è grave.
A compensare in parte questa lacuna interviene lo scritto di un autore ignoto, il cosiddetto Anonimo Salernitano, che ci relaziona sulla storia dei principati longobardi fino al 974. Nella sua compilazione si avvale ampiamente di Paolo Diacono e di Erchemperto, potendo essere considerato una fonte originale solo nell'ultima parte dell'opera. Scrittore vivace ma dotato di scarso senso critico, è tuttavia l'unico cronista su cui ci si possa basare per ricostruire la storia dell'Italia meridionale di quegli anni.
Questo rende ancora più dolorosa l'interruzione dell'opera di Erchemperto, che tra gli scrittori meridionali del periodo è senza dubbio il maggiore e che, al di fuori della scuola di Farfa, non trova eguali neppure nell'Italia centrale.
Nel Nord Italia, invece, due autori assai diversi tra loro diedero prova di vitalità letteraria nel campo della storiografia. Uno di essi, il prete Andrea da Bergamo, compilò nell'877 un riassunto della storia longobarda di Paolo Diacono e lo continuò fino ai suoi giorni. Tra tutte quelle fin qui menzionate, questa è forse l'opera scritta nel latino più barbaro; la precisione delle notizie la rende preziosa per studiare la metà del IX secolo, ma non basta a salvare dalla noia e dalla fatica chiunque si accinga a leggerla.
Per contro, pochi anni dopo – agli albori del X secolo – ci troviamo di fronte a un'opera di poesia storica che, superando di gran lunga ogni altro scritto contemporaneo, rivela all'improvviso una vasta conoscenza della lingua latina e degli autori classici. Il poeta sceglie come eroe Berengario [marchese del Friuli e poi re d'Italia] e ne celebra le imprese compiute per conquistare il Regno d'Italia e la corona imperiale.
Il poema, intitolato Panegyricus Berengarii Imperatoris, è in tutto e per tutto un panegirico; pertanto, la sua attendibilità come fonte storica a sé stante è assai scarsa. Con grande finezza retorica, l'autore si sforza di far apparire sempre legittima ogni pretesa di Berengario, mascherando con la grazia dei versi il trionfo della forza bruta su qualsiasi fondamento di diritto.
Tuttavia, se non gli si può dare cieca fiducia come resoconto storico, come opera letteraria – giudicata con il metro della sua epoca – è un lavoro ammirevole. A quanto pare fu composto a Verona, tra il 916 e il 924, da un maestro di grammatica il cui nome ci è rimasto ignoto. Non è possibile stabilire con certezza se fosse un laico o un ecclesiastico, ma la generale ignoranza che dominava allora nel clero italiano fa propendere per la prima ipotesi [La presenza in Italia di intellettuali stranieri, in particolare irlandesi come il monaco Dungal, chiamati a dirigere scuole a Pavia e in altre città , ebbe un ruolo fondamentale nel mantenimento di una certa cultura classica e in questi esperimenti di poesia storica].
Prendendo a modello Omero, Virgilio e Stazio, il poeta narra le gesta dell'eroe seguendone le orme, fino all'incoronazione a Roma. Nonostante i frequenti difetti, come costruzioni sintattiche contorte ed espressioni ricercate o oscure, i suoi esametri – tutti intessuti di emistichi e citazioni classiche – sono composti con notevole abilità .
Essendo stato scritto per essere letto e studiato nelle scuole di grammatica, questo panegirico ebbe persino l'onore di un commentario contemporaneo, che ne spiega i passaggi più complessi. Anche questo commentario è degno di nota: da un lato per l'ottima conoscenza della letteratura classica che dimostra, dall'altro per il metodo didattico utilizzato, il quale suggerisce che il pubblico a cui era rivolto possedesse nozioni classiche tutt'altro che scarse o superficiali.
Di fronte a questo poema, e agli indizi di una certa cultura che in quel periodo compaiono sparsi qua e là in Italia, viene naturale chiedersi quale fosse il reale stato della cultura italiana dell'epoca. È proprio vero che l'Italia fosse sprofondata in quella profonda barbarie testimoniata dai rozzi e scarsi scritti ecclesiastici che ci sono giunti?
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