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Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio

di Niccolò Machiavelli
Traduzione e cura di Aldo Diomedes

ISBN: 979-8269371726 Formato: Copertina flessibile 15.24 x 22.86 cm Pagine: 402

Descrizione

Scopri Machiavelli come non l'hai mai letto prima: i Discorsi finalmente in italiano moderno.
Come nasce, prospera e muore una repubblica? È possibile mantenere la libertà in un mondo corrotto? E quali sono le leggi eterne del potere che hanno governato gli stati, dall'antica Roma fino ai giorni nostri?
Secoli fa, Niccolò Machiavelli ha risposto a queste domande nella sua opera più profonda e ambiziosa: i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio. Se Il Principe è un manuale sulla conquista del potere, i Discorsi sono un'analisi magistrale su come costruire e conservare uno stato libero, stabile e potente. Un'opera fondamentale che ha ispirato leader, filosofi e rivoluzionari per generazioni.
Tuttavia, molti lettori sono stati finora scoraggiati da una barriera quasi insormontabile: la lingua complessa e distante del Cinquecento.
Questa edizione nasce per abbattere quella barriera.
Grazie a un rigoroso lavoro di modernizzazione, il pensiero tagliente e straordinariamente attuale di Machiavelli viene finalmente reso accessibile a tutti. Non una semplice traduzione, ma una versione fedele e scorrevole che preserva intatta la profondità dell'originale, permettendoti di dialogare direttamente con uno dei più grandi geni del pensiero politico.
All'interno di questo libro scoprirai:
Perché, secondo Machiavelli, il conflitto tra popolo ed élite non è una minaccia, ma il vero motore della libertà.
L'eterna lotta tra la Virtù (la capacità politica) e la Fortuna (il caso), e come un leader può imparare a dominare gli eventi.
L'analisi spietata della religione come strumento indispensabile per mantenere l'ordine e la disciplina in uno stato.
Le cause segrete che hanno permesso a Roma di conquistare il mondo e le lezioni che possiamo trarne oggi.
Perché le repubbliche che non si espandono sono destinate a crollare e perché affidarsi a mercenari è l'inizio della fine.
Curata per essere chiara e avvincente, questa edizione è arricchita da note integrate che spiegano i riferimenti storici, rendendola perfetta sia per lo studente che si avvicina per la prima volta a Machiavelli, sia per l'appassionato che desidera riscoprire questo capolavoro senza tempo.
Non lasciare che la lingua del passato ti impedisca di comprendere le lezioni del più grande maestro della politica.
📖 Leggi alcune pagine (Anteprima)
451 a.C. per codificare le leggi romane], non mi sembra superfluo narrare prima tutto ciò che accadde a causa di tale istituzione, e poi analizzare quegli aspetti che, in tali azioni, sono degni di nota. E questi sono molti e di grande importanza, sia per coloro che vogliono mantenere una repubblica libera, sia per quelli che intendono sottometterla. In questo discorso, infatti, si vedranno molti errori commessi dal Senato e dalla plebe a danno della libertà, e molti errori commessi da Appio [Appio Claudio, figura di spicco del Decemvirato], capo del Decemvirato, a danno di quella tirannide che egli si era proposto di instaurare a Roma.
Dopo molte discussioni e contese tra il Popolo e la Nobiltà per stabilire nuove leggi a Roma che consolidassero maggiormente la libertà di quello stato, inviarono di comune accordo Spurio Postumio, con altri due cittadini, ad Atene, per prendere esempio da quelle leggi che Solone [legislatore e statista ateniese del VI secolo a.C.] aveva dato a quella città, affinché su di esse potessero fondare le leggi romane. Dopo il loro viaggio di andata e ritorno, si procedette alla nomina degli uomini che avrebbero dovuto esaminare e stabilire tali leggi, e furono eletti dieci cittadini per un anno, tra i quali fu nominato Appio Claudio, uomo sagace e ambizioso. E affinché potessero creare tali leggi senza alcun impedimento, furono sospesi tutti gli altri magistrati a Roma, in particolare i Tribuni e i Consoli, e fu eliminato l'appello al Popolo. In questo modo, tale magistratura divenne di fatto l'unica sovrana di Roma. Tutta l'autorità degli altri suoi colleghi si concentrò su Appio, grazie ai favori che gli faceva la Plebe; egli, infatti, si era mostrato così popolare che sembrava incredibile avesse assunto così rapidamente una nuova natura e un nuovo carattere, essendo stato considerato, prima di allora, un crudele persecutore della plebe.
Questi Dieci si governarono in modo molto civile, non avendo più di dodici littori, che precedevano colui che tra loro era stato designato come presidente. E sebbene avessero l'autorità assoluta, tuttavia, dovendo punire un cittadino romano per omicidio, lo citarono davanti al popolo e da quello lo fecero giudicare. Scrissero le loro leggi su dieci tavole e, prima di confermarle, le esposero in pubblico, affinché tutti potessero leggerle e discuterle, per scoprire se vi fosse qualche difetto e poterle emendare prima della loro approvazione. A questo punto, Appio fece diffondere a Roma la voce che, se a queste dieci tavole se ne fossero aggiunte altre due, esse avrebbero raggiunto la perfezione. Questa opinione diede al popolo l'occasione di rieleggere i Dieci per un altro anno, cosa che il popolo accettò volentieri, sia perché non si sarebbero rieletti i Consoli, sia perché gli sembrava di poter fare a meno dei Tribuni, essendo i Dieci stessi a giudicare le cause, come si è detto sopra.
Presa, dunque, la decisione di rieleggerli, tutta la nobiltà si mobilitò per ottenere queste cariche. Tra i primi c'era Appio, il quale usò una tale affabilità verso la plebe nel chiedere il voto, che cominciò a destare sospetto nei suoi colleghi: «credebant enim haud gratuitam in tanta superbia comitatem fore» [credevano infatti che in un uomo così superbo tale affabilità non fosse disinteressata]. E temendo di opporglisi apertamente, decisero di farlo con astuzia: sebbene fosse il più giovane di tutti, gli diedero l'autorità di proporre al popolo i futuri Dieci, credendo che avrebbe rispettato la consuetudine di non proporre sé stesso, essendo una cosa insolita e disonorevole a Roma. «Ille vero impedimentum pro occasione arripuit» [Ma egli trasformò l'ostacolo in un'opportunità] e nominò sé stesso tra i primi, con meraviglia e dispiacere di tutti i nobili; nominò poi altri nove uomini a lui fedeli.
Questa nuova elezione, fatta per un altro anno, cominciò a mostrare al Popolo e alla Nobiltà il loro errore. Subito, infatti, «Appius finem fecit ferendae alienae personae» [Appio smise di recitare una parte non sua], e cominciò a mostrare la sua innata superbia, e in pochi giorni contagiò i suoi colleghi con i suoi modi. E per terrorizzare il popolo e il Senato, invece di dodici littori, ne fecero centoventi.
La paura rimase la stessa per qualche giorno, ma poi cominciarono a trattare con sufficienza il Senato e a opprimere la plebe. E se qualcuno, maltrattato da uno di loro, si appellava a un altro, veniva trattato peggio nell'appello che nella prima condanna. Di conseguenza, la Plebe, riconosciuto il suo errore, cominciò piena di afflizione a guardare in faccia i nobili, «et inde libertatis captare auram, unde servitutem timendo, in eum statum rempublicam adduxerunt» [e a cercare da lì un soffio di libertà, da dove, temendo la servitù, avevano condotto la repubblica in quello stato]. E alla nobiltà faceva piacere questa loro afflizione, «ut ipsi, taedio praesentium, Consules desiderarent» [cosicché loro stessi, per la noia della situazione presente, desideravano il ritorno dei Consoli].
Giunse il giorno in cui scadeva l'anno di carica: le due tavole di leggi erano state redatte, ma non pubblicate. I Dieci presero questo pretesto per continuare a ricoprire la magistratura, e cominciarono a mantenere il potere con la violenza e a farsi guardie del corpo tra i giovani nobili, ai quali davano i beni di coloro che condannavano. «Quibus donis juventus corrumpebatur et malebat licentiam suam, quam omnium libertatem» [Con questi doni la gioventù veniva corrotta e preferiva la propria sfrenatezza alla libertà di tutti].
In quel periodo, accadde che i Sabini e i Volsci muovessero guerra ai Romani. Di fronte a questa minaccia, i Dieci cominciarono a vedere la debolezza del loro stato, perché senza il Senato не potevano organizzare la guerra, e riunendo il Senato temevano di perdere il potere. Tuttavia, costretti dalla necessità, presero quest'ultima decisione. E riuniti i senatori, molti di loro parlarono contro la superbia dei Dieci, in particolare Valerio e Orazio. La loro autorità si sarebbe del tutto spenta, se il Senato, per invidia verso la Plebe, non avesse evitato di mostrare la propria autorità, pensando che, se i Dieci avessero deposto volontariamente la magistratura, forse non si sarebbero più rieletti i Tribuni della plebe.
Si deliberò dunque di andare in guerra, e due eserciti uscirono da Roma, guidati da alcuni dei Dieci; Appio rimase a governare la città. Accadde allora che si innamorò di Virginia e, volendola prendere con la forza, il padre Virginio, per liberarla, la uccise. Da ciò seguirono i tumulti a Roma e negli eserciti, i quali, riunitisi con il resto della plebe romana, si ritirarono sul Monte Sacro [un colle vicino a Roma, famoso per essere stato il luogo della prima secessione della plebe], dove rimasero finché i Dieci non deposero la magistratura, furono creati i Tribuni e i Consoli, e Roma fu ricondotta alla forma della sua antica libertà.
Si nota dunque, da questo testo, in primo luogo, che questo inconveniente di creare una tirannide a Roma nacque per le stesse cause che generano la maggior parte delle tirannidi nelle città: un desiderio eccessivo del popolo di essere libero e un desiderio eccessivo dei nobili di comandare. E quando le due parti non si accordano per fare una legge in favore della libertà, ma una di esse si butta a favorire un singolo individuo, allora è che subito sorge la tirannide. Il popolo e i nobili di Roma si accordarono per creare i Dieci, e per crearli con un'autorità così grande, a causa del desiderio che ciascuna delle due parti aveva, l'una di spegnere il nome di "console", l'altra quello di "tribuno".
Una volta creati, sembrando alla plebe che Appio fosse diventato popolare e che colpisse la nobiltà, il popolo si volse a favorirlo. E quando un popolo si induce a commettere l'errore di dare prestigio a un uomo perché colpisce coloro che egli odia, e se quell'uomo è abile, accadrà sempre che diventi tiranno di quella città. Egli, infatti, con il favore del popolo, si adopererà per annientare la nobiltà, e non si volgerà a opprimere il popolo se non dopo averla annientata; e a quel punto, quando il popolo si renderà conto di essere servo, non avrà nessun luogo dove rifugiarsi. Questo è il metodo che hanno seguito tutti coloro che hanno fondato una tirannide nelle repubbliche. E se Appio avesse seguito questo metodo, la sua tirannide sarebbe durata più a lungo e non sarebbe crollata così presto. Ma egli fece tutto il contrario, e non avrebbe potuto governarsi in modo più imprudente. Per mantenere la tirannide, si fece nemico di coloro che gliel'avevano data e che avrebbero potuto mantenergliela, e nemico di coloro che non avevano concorso a dargliela e che non avrebbero potuto mantenergliela. Perse coloro che gli erano amici e cercò di avere amici coloro che non potevano esserlo.
Infatti, sebbene i nobili desiderino la tirannide, quella parte della nobiltà che si trova al di fuori di essa è sempre nemica del tiranno. E il tiranno non può mai guadagnarsela tutta, a causa della grande ambizione e della grande avidità che c'è in essa, non potendo egli avere né tante ricchezze né tanti onori da soddisfarla tutta. E così Appio, abbandonando il popolo e avvicinandosi ai nobili, commise un errore evidentissimo, sia per le ragioni dette sopra, sia perché, per mantenere qualcosa con la violenza, è necessario che chi costringe sia più potente di chi è costretto.
Da ciò deriva che i tiranni che hanno amico il popolo e nemici i grandi sono più sicuri, perché la loro violenza è sostenuta da forze maggiori rispetto a quella di coloro che hanno per nemico il popolo e amica la nobiltà. Con il favore popolare, infatti, bastano le forze interne per conservarsi, come bastarono a Nabide [tiranno di Sparta nel III-II secolo a.C.], quando tutta la Grecia e il Popolo romano lo assalirono. Egli, messosi al sicuro da pochi nobili e avendo amico il popolo, si difese con esso, cosa che non avrebbe potuto fare se lo avesse avuto nemico. Nell'altro caso, avendo pochi amici all'interno, le forze interne non bastano, ma bisogna cercarle all'esterno. E devono essere di tre tipi: la prima, mercenari stranieri che ti proteggano la persona; la seconda, armare il contado, che svolga quella funzione che dovrebbe svolgere la plebe; la terza, allearsi con vicini potenti che ti difendano. Chi adotta questi metodi e li osserva bene, anche se avesse per nemico il popolo, potrebbe in qualche modo salvarsi. Ma Appio non poteva fare questo, guadagnarsi il contado, essendo il contado e Roma una cosa sola. E ciò che avrebbe potuto fare, non lo seppe fare, tanto che crollò ai suoi stessi inizi.
Il Senato e il Popolo, in questa creazione del Decemvirato, commisero errori grandissimi. Sebbene si sia detto sopra, nel discorso sul Dittatore, che i magistrati che si creano da soli, e non quelli creati dal popolo, sono dannosi per la libertà, nondimeno il popolo, quando istituisce i magistrati, deve farlo in modo che essi abbiano qualche remora a diventare scellerati. E mentre si dovrebbe porre loro una guardia per mantenerli buoni, i Romani la tolsero, rendendoli l'unica magistratura a Roma e annullando tutte le altre, a causa dell'eccessivo desiderio (come abbiamo detto sopra) che il Senato aveva di eliminare i Tribuni e la plebe di eliminare i Consoli. E questo desiderio li accecò a tal punto che concorsero a creare un tale disordine. Perché gli uomini, come diceva re Ferrando [probabilmente Ferdinando d'Aragona], spesso fanno come certi piccoli uccelli rapaci, nei quali è così forte il desiderio di catturare la preda, a cui la natura li spinge, che non si accorgono di un altro uccello più grande che sta sopra di loro per ucciderli.
Si riconosce dunque, da questo discorso, come avevo anticipato all'inizio, l'errore del popolo romano nel voler salvare la libertà, e gli errori di Appio nel voler instaurare la tirannide.
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