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Storia dell'inquisizione medievale volume I
di Henry Charles Lea
Traduzione e cura di Aldo Diomedes
ISBN: 979-8165927812
Formato: Copertina flessibile 17.78 x 25.4 cm
Pagine: 474
Descrizione
La storia definitiva dell'Inquisizione medievale. Per la prima volta in italiano moderno.
Pubblicata a Filadelfia nel 1887, la Storia dell'Inquisizione medievale di Henry Charles Lea è considerata da oltre un secolo l'opera fondamentale sull'argomento. Ogni studioso serio della persecuzione religiosa nel Medioevo deve fare i conti con le sue pagine. Eppure, in lingua italiana, non ne esisteva una traduzione integrale moderna e accessibile. Questa edizione colma quella lacuna.
Il Volume I – Le origini e l'organizzazione – ricostruisce la genesi e la struttura della macchina inquisitoriale:
La corruzione della Chiesa nel XII secolo e le cause della rivolta religiosa
La nascita delle eresie valdese e catara
Le crociate albigesi e la distruzione della civiltà occitana
La fondazione degli Ordini Mendicanti: san Domenico e san Francesco
L'istituzione dell'Inquisizione papale e i suoi metodi processuali
L'uso della tortura, il segreto delle testimonianze, la negazione della difesa
Le penitenze: le croci infamanti, i pellegrinaggi, il carcere perpetuo
Le confische come motore economico della persecuzione
Il rogo e l'esecuzione degli eretici
Cosa rende unica questa edizione:
Traduzione integrale dall'inglese in italiano moderno e accessibile
Appendice documentaria tradotta dal latino: bolle pontificie, verbali inquisitoriali, sentenze, atti notarili (20 documenti originali)
Cronologia essenziale (1000–1330)
Glossario dei termini tecnici dell'Inquisizione e dell'eresia
Schede dei personaggi principali
Nota biografica sull'autore
A chi si rivolge questo libro:
A chiunque voglia comprendere come nacque, come funzionò e perché si impose uno dei sistemi di controllo più capillari e spietati della storia europea. Non è un'opera di polemica anticlericale né un'apologia: è un resoconto fondato sulle fonti, scritto con rigore e con una lucidità di giudizio che conserva intatta la propria forza a centotrent'anni di distanza.
L'autore. Henry Charles Lea (1825–1909), storico e editore di Filadelfia, dedicò quarant'anni della propria vita alla ricerca archivistica in tutta Europa. La sua opera in tre volumi resta un punto di riferimento insostituibile per la storiografia sull'Inquisizione.
Questo è il primo volume di tre. I volumi successivi tratteranno l'attività dell'Inquisizione nei diversi paesi d'Europa e la sua estensione alla stregoneria, alla censura e al controllo delle coscienze.
Pubblicata a Filadelfia nel 1887, la Storia dell'Inquisizione medievale di Henry Charles Lea è considerata da oltre un secolo l'opera fondamentale sull'argomento. Ogni studioso serio della persecuzione religiosa nel Medioevo deve fare i conti con le sue pagine. Eppure, in lingua italiana, non ne esisteva una traduzione integrale moderna e accessibile. Questa edizione colma quella lacuna.
Il Volume I – Le origini e l'organizzazione – ricostruisce la genesi e la struttura della macchina inquisitoriale:
La corruzione della Chiesa nel XII secolo e le cause della rivolta religiosa
La nascita delle eresie valdese e catara
Le crociate albigesi e la distruzione della civiltà occitana
La fondazione degli Ordini Mendicanti: san Domenico e san Francesco
L'istituzione dell'Inquisizione papale e i suoi metodi processuali
L'uso della tortura, il segreto delle testimonianze, la negazione della difesa
Le penitenze: le croci infamanti, i pellegrinaggi, il carcere perpetuo
Le confische come motore economico della persecuzione
Il rogo e l'esecuzione degli eretici
Cosa rende unica questa edizione:
Traduzione integrale dall'inglese in italiano moderno e accessibile
Appendice documentaria tradotta dal latino: bolle pontificie, verbali inquisitoriali, sentenze, atti notarili (20 documenti originali)
Cronologia essenziale (1000–1330)
Glossario dei termini tecnici dell'Inquisizione e dell'eresia
Schede dei personaggi principali
Nota biografica sull'autore
A chi si rivolge questo libro:
A chiunque voglia comprendere come nacque, come funzionò e perché si impose uno dei sistemi di controllo più capillari e spietati della storia europea. Non è un'opera di polemica anticlericale né un'apologia: è un resoconto fondato sulle fonti, scritto con rigore e con una lucidità di giudizio che conserva intatta la propria forza a centotrent'anni di distanza.
L'autore. Henry Charles Lea (1825–1909), storico e editore di Filadelfia, dedicò quarant'anni della propria vita alla ricerca archivistica in tutta Europa. La sua opera in tre volumi resta un punto di riferimento insostituibile per la storiografia sull'Inquisizione.
Questo è il primo volume di tre. I volumi successivi tratteranno l'attività dell'Inquisizione nei diversi paesi d'Europa e la sua estensione alla stregoneria, alla censura e al controllo delle coscienze.
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CAPITOLO 3
I catari
I movimenti finora descritti furono il naturale esito di un antisacerdotalismo che cercava di rinnovare la semplicità della Chiesa apostolica. È un tratto singolare del sentimento religioso dell'epoca che il più formidabile sviluppo dell'ostilità verso Roma si fondasse su una fede che a stento può essere classificata come cristiana. Questa dottrina ibrida si diffuse con tale rapidità , e resistette con tale ostinazione ai più duri tentativi di repressione, che in un certo momento si può ben dire abbia minacciato l'esistenza stessa del cristianesimo.
La spiegazione di questo fenomeno si può forse trovare nel fascino che la teoria dualistica – l'antagonismo tra due principi coeguali di bene e di male – esercita su coloro che ritengono l'esistenza del male incompatibile con la supremazia di un Dio onnisciente e benevolo. Quando al dualismo si aggiunge la dottrina della metempsicosi come mezzo di premio e castigo, le sofferenze umane sembrano trovare una spiegazione compiuta. In un'epoca in cui tali sofferenze erano così universali e prive di speranza come nell'XI e XII secolo, è facile comprendere come molti fossero predisposti ad accogliere una spiegazione così immediata.
Eppure, questo non basta a spiegare il fatto che il manicheismo dei catari, dei patarini o degli albigesi non fosse un mero dogma speculativo delle scuole. Si trattava di una fede capace di suscitare un fanatismo così entusiasta che i suoi devoti non si sottraevano ad alcun sacrificio per propagarla, affrontando il rogo con incrollabile gioia. Una profonda convinzione della vacuità del cristianesimo sacerdotale, del suo fallimento e della sua imminente estinzione, unita alla certezza nel rapido trionfo del proprio credo, può in parte spiegare il disinteressato fervore che esso suscitò tra i poveri e gli analfabeti.
Di tutte le eresie con cui la Chiesa delle origini dovette misurarsi, nessuna aveva suscitato una tale mescolanza di paura e repulsione quanto il manicheismo. Mani aveva combinato con tanta abilità il dualismo mazdeo con il cristianesimo, inserendovi elementi gnostici e buddisti, che la sua dottrina incontrò il favore di alti e bassi ceti, affascinando sia i sottili intelletti delle scuole sia le masse lavoratrici. Riconoscendovi d'istinto il più pericoloso dei rivali, la Chiesa lo perseguitò implacabilmente non appena poté disporre delle risorse dello Stato. Tra i numerosi editti di imperatori pagani e cristiani volti a reprimere la libertà di pensiero, quelli diretti contro i manichei furono i più severi e crudeli.
Dopo una lotta prolungata, la persecuzione raggiunse il suo scopo, sopprimendo ogni manifestazione esteriore del manicheismo entro i confini del potere imperiale; la setta, tuttavia, mantenne a lungo un'esistenza clandestina, persino in Occidente. In Oriente si ritirò apparentemente ai margini dell'impero, pur mantenendo relazioni occulte con i propri adepti sparsi nelle province e nella stessa Costantinopoli. Abbandonò la venerazione per Mani in quanto paraclito e trasferì la propria devozione a due dei suoi nuovi capi, Paolo e Giovanni di Samosata; dal primo dei quali prese il nome di paulicianesimo.
Sotto l'imperatore Costante II, nel 653, un certo Costantino ne perfezionò la dottrina. Il movimento sopravvisse a ripetute e crudeli persecuzioni, sopportandole con quell'incrollabile disposizione al martirio e quel persistente zelo missionario che vedremo caratterizzare i suoi discendenti europei. Spinti a volte oltre il confine verso i territori saraceni per poi esserne respinti, i pauliciani mantennero a tratti un'esistenza indipendente tra le montagne dell'Armenia, conducendo una guerra di razzia contro l'impero.
Tra l'VIII e il IX secolo, Leone III Isaurico, Michele I Rangabe, Leone V l'Armeno e l'imperatrice reggente Teodora tentarono invano di sterminarli. Alla fine, nella seconda metà del X secolo, Giovanni Zimisce tentò l'esperimento della tolleranza e ne trapiantò un gran numero in Tracia. Lì si moltiplicarono enormemente, dimostrando altrettanto vigore nell'operosità quanto in guerra. Sappiamo che nel 1115 Alessio I Comneno trascorse un'estate a Filippopoli, dilettandosi a disputare con loro e ottenendo la conversione di molti eretici. Fu quasi subito dopo il loro trasferimento in Europa a opera di Zimisce che ne troviamo le prime tracce in Occidente, a dimostrazione di come l'attività della loro propaganda fosse rimasta inalterata.
Nelle sue linee essenziali, la dottrina dei pauliciani era identica a quella degli albigesi. Il semplice dualismo del mazdeismo – che considera l'universo come la mescolanza delle creazioni di Ormuzd e Arimane, ciascuno intento a neutralizzare l'opera dell'altro in una guerra interminabile che permea ogni dettaglio della vita e della natura – spiega l'esistenza del male in modo tale da arruolare l'uomo. Egli è chiamato a prestare il proprio aiuto a Ormuzd nell'eterno conflitto, attraverso buoni pensieri, buone parole e buone azioni. Attratto dalla speculazione gnostica, Mani modificò questa visione identificando lo spirito con il principio del bene e la materia con quello del male. Si trattava di una concezione forse più raffinata e filosofica, ma che conduceva direttamente a conseguenze pessimistiche e a eccessi di ascetismo, poiché l'anima umana poteva compiere il proprio dovere solo calpestando la carne.
Nella fede pauliciana troviamo così due principi coeguali, Dio e Satana: il primo ha creato l'universo invisibile, spirituale ed eterno; il secondo ha plasmato quello materiale e temporale, su cui governa. Satana è il Geova dell'Antico Testamento; i profeti e i patriarchi sono dei briganti e, di conseguenza, tutte le Scritture anteriori ai Vangeli devono essere respinte. Il Nuovo Testamento, invece, è considerato Sacra Scrittura; tuttavia, Cristo non era un uomo, ma un fantasma: il Figlio di Dio, che sembrava essere nato dalla Vergine Maria, disceso dal Cielo per rovesciare il culto di Satana. La metempsicosi assicura la futura ricompensa o punizione per le azioni compiute in vita. I sacramenti sono rifiutati, e i preti e gli anziani della Chiesa non sono altro che maestri, privi di alcuna autorità sui fedeli.
Questi sono i tratti salienti del paulicianesimo giunti fino a noi, e la loro identità con il credo dei catari è troppo marcata per poter accettare la teoria di Schmidt [Charles Schmidt, pioniere ottocentesco degli studi sull'eresia catara], che assegna a questi ultimi un'origine tra i sognatori dei conventi bulgari. Un'ulteriore e inoppugnabile prova della derivazione del catarismo dal manicheismo è fornita dal cordone e dalla veste sacra indossati da tutti i Perfetti tra i catari. Questa usanza è troppo peculiare per aver avuto un'origine indipendente, ed è palesemente riconducibile al kosti e alla saddarah del mazdeismo, ovvero il cordone e la camicia sacra. Indossarli era essenziale per tutti i credenti, e il loro utilizzo sia da parte degli zend [seguaci dello zoroastrismo] sia dei brahmani dimostra come la loro origine vada rintracciata nel periodo preistorico anteriore alla separazione di quei rami della famiglia indoeuropea.
Tra i catari, chi indossava il cordone e la veste corrispondeva a colui che tra gli inquisitori era noto come hæreticus indutus o vestitus, l'iniziato a tutti i misteri dell'eresia.
Il catarismo rappresentava dunque una forma di credo profondamente antisacerdotale, che rigettava in blocco l'intero apparato della Chiesa. La Chiesa di Roma era considerata a tutti gli effetti la sinagoga di Satana, al cui interno la salvezza risultava impossibile. Di conseguenza, i sacramenti, i sacrifici dell'altare, i suffragi e l'intercessione della Vergine e dei santi venivano respinti. Lo stesso valeva per il purgatorio, le reliquie, le immagini, le croci, l'acqua santa, le indulgenze e tutti gli altri espedienti attraverso cui il sacerdote procurava la salvezza ai fedeli, incluse le decime e le oblazioni che rendevano tale pratica così redditizia.
I catari
I movimenti finora descritti furono il naturale esito di un antisacerdotalismo che cercava di rinnovare la semplicità della Chiesa apostolica. È un tratto singolare del sentimento religioso dell'epoca che il più formidabile sviluppo dell'ostilità verso Roma si fondasse su una fede che a stento può essere classificata come cristiana. Questa dottrina ibrida si diffuse con tale rapidità , e resistette con tale ostinazione ai più duri tentativi di repressione, che in un certo momento si può ben dire abbia minacciato l'esistenza stessa del cristianesimo.
La spiegazione di questo fenomeno si può forse trovare nel fascino che la teoria dualistica – l'antagonismo tra due principi coeguali di bene e di male – esercita su coloro che ritengono l'esistenza del male incompatibile con la supremazia di un Dio onnisciente e benevolo. Quando al dualismo si aggiunge la dottrina della metempsicosi come mezzo di premio e castigo, le sofferenze umane sembrano trovare una spiegazione compiuta. In un'epoca in cui tali sofferenze erano così universali e prive di speranza come nell'XI e XII secolo, è facile comprendere come molti fossero predisposti ad accogliere una spiegazione così immediata.
Eppure, questo non basta a spiegare il fatto che il manicheismo dei catari, dei patarini o degli albigesi non fosse un mero dogma speculativo delle scuole. Si trattava di una fede capace di suscitare un fanatismo così entusiasta che i suoi devoti non si sottraevano ad alcun sacrificio per propagarla, affrontando il rogo con incrollabile gioia. Una profonda convinzione della vacuità del cristianesimo sacerdotale, del suo fallimento e della sua imminente estinzione, unita alla certezza nel rapido trionfo del proprio credo, può in parte spiegare il disinteressato fervore che esso suscitò tra i poveri e gli analfabeti.
Di tutte le eresie con cui la Chiesa delle origini dovette misurarsi, nessuna aveva suscitato una tale mescolanza di paura e repulsione quanto il manicheismo. Mani aveva combinato con tanta abilità il dualismo mazdeo con il cristianesimo, inserendovi elementi gnostici e buddisti, che la sua dottrina incontrò il favore di alti e bassi ceti, affascinando sia i sottili intelletti delle scuole sia le masse lavoratrici. Riconoscendovi d'istinto il più pericoloso dei rivali, la Chiesa lo perseguitò implacabilmente non appena poté disporre delle risorse dello Stato. Tra i numerosi editti di imperatori pagani e cristiani volti a reprimere la libertà di pensiero, quelli diretti contro i manichei furono i più severi e crudeli.
Dopo una lotta prolungata, la persecuzione raggiunse il suo scopo, sopprimendo ogni manifestazione esteriore del manicheismo entro i confini del potere imperiale; la setta, tuttavia, mantenne a lungo un'esistenza clandestina, persino in Occidente. In Oriente si ritirò apparentemente ai margini dell'impero, pur mantenendo relazioni occulte con i propri adepti sparsi nelle province e nella stessa Costantinopoli. Abbandonò la venerazione per Mani in quanto paraclito e trasferì la propria devozione a due dei suoi nuovi capi, Paolo e Giovanni di Samosata; dal primo dei quali prese il nome di paulicianesimo.
Sotto l'imperatore Costante II, nel 653, un certo Costantino ne perfezionò la dottrina. Il movimento sopravvisse a ripetute e crudeli persecuzioni, sopportandole con quell'incrollabile disposizione al martirio e quel persistente zelo missionario che vedremo caratterizzare i suoi discendenti europei. Spinti a volte oltre il confine verso i territori saraceni per poi esserne respinti, i pauliciani mantennero a tratti un'esistenza indipendente tra le montagne dell'Armenia, conducendo una guerra di razzia contro l'impero.
Tra l'VIII e il IX secolo, Leone III Isaurico, Michele I Rangabe, Leone V l'Armeno e l'imperatrice reggente Teodora tentarono invano di sterminarli. Alla fine, nella seconda metà del X secolo, Giovanni Zimisce tentò l'esperimento della tolleranza e ne trapiantò un gran numero in Tracia. Lì si moltiplicarono enormemente, dimostrando altrettanto vigore nell'operosità quanto in guerra. Sappiamo che nel 1115 Alessio I Comneno trascorse un'estate a Filippopoli, dilettandosi a disputare con loro e ottenendo la conversione di molti eretici. Fu quasi subito dopo il loro trasferimento in Europa a opera di Zimisce che ne troviamo le prime tracce in Occidente, a dimostrazione di come l'attività della loro propaganda fosse rimasta inalterata.
Nelle sue linee essenziali, la dottrina dei pauliciani era identica a quella degli albigesi. Il semplice dualismo del mazdeismo – che considera l'universo come la mescolanza delle creazioni di Ormuzd e Arimane, ciascuno intento a neutralizzare l'opera dell'altro in una guerra interminabile che permea ogni dettaglio della vita e della natura – spiega l'esistenza del male in modo tale da arruolare l'uomo. Egli è chiamato a prestare il proprio aiuto a Ormuzd nell'eterno conflitto, attraverso buoni pensieri, buone parole e buone azioni. Attratto dalla speculazione gnostica, Mani modificò questa visione identificando lo spirito con il principio del bene e la materia con quello del male. Si trattava di una concezione forse più raffinata e filosofica, ma che conduceva direttamente a conseguenze pessimistiche e a eccessi di ascetismo, poiché l'anima umana poteva compiere il proprio dovere solo calpestando la carne.
Nella fede pauliciana troviamo così due principi coeguali, Dio e Satana: il primo ha creato l'universo invisibile, spirituale ed eterno; il secondo ha plasmato quello materiale e temporale, su cui governa. Satana è il Geova dell'Antico Testamento; i profeti e i patriarchi sono dei briganti e, di conseguenza, tutte le Scritture anteriori ai Vangeli devono essere respinte. Il Nuovo Testamento, invece, è considerato Sacra Scrittura; tuttavia, Cristo non era un uomo, ma un fantasma: il Figlio di Dio, che sembrava essere nato dalla Vergine Maria, disceso dal Cielo per rovesciare il culto di Satana. La metempsicosi assicura la futura ricompensa o punizione per le azioni compiute in vita. I sacramenti sono rifiutati, e i preti e gli anziani della Chiesa non sono altro che maestri, privi di alcuna autorità sui fedeli.
Questi sono i tratti salienti del paulicianesimo giunti fino a noi, e la loro identità con il credo dei catari è troppo marcata per poter accettare la teoria di Schmidt [Charles Schmidt, pioniere ottocentesco degli studi sull'eresia catara], che assegna a questi ultimi un'origine tra i sognatori dei conventi bulgari. Un'ulteriore e inoppugnabile prova della derivazione del catarismo dal manicheismo è fornita dal cordone e dalla veste sacra indossati da tutti i Perfetti tra i catari. Questa usanza è troppo peculiare per aver avuto un'origine indipendente, ed è palesemente riconducibile al kosti e alla saddarah del mazdeismo, ovvero il cordone e la camicia sacra. Indossarli era essenziale per tutti i credenti, e il loro utilizzo sia da parte degli zend [seguaci dello zoroastrismo] sia dei brahmani dimostra come la loro origine vada rintracciata nel periodo preistorico anteriore alla separazione di quei rami della famiglia indoeuropea.
Tra i catari, chi indossava il cordone e la veste corrispondeva a colui che tra gli inquisitori era noto come hæreticus indutus o vestitus, l'iniziato a tutti i misteri dell'eresia.
Il catarismo rappresentava dunque una forma di credo profondamente antisacerdotale, che rigettava in blocco l'intero apparato della Chiesa. La Chiesa di Roma era considerata a tutti gli effetti la sinagoga di Satana, al cui interno la salvezza risultava impossibile. Di conseguenza, i sacramenti, i sacrifici dell'altare, i suffragi e l'intercessione della Vergine e dei santi venivano respinti. Lo stesso valeva per il purgatorio, le reliquie, le immagini, le croci, l'acqua santa, le indulgenze e tutti gli altri espedienti attraverso cui il sacerdote procurava la salvezza ai fedeli, incluse le decime e le oblazioni che rendevano tale pratica così redditizia.
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